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  • Oltre le regole - The Messenger: la guerra che non finisce
di Michela Greco


Un film politico, di guerra e di emozioni, che ha vinto meritatamente l’Orso d’Argento per la sceneggiatura a Berlino. Grandi interpretazioni di Woody Harrelson e Ben Foster

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Gli Stati Uniti e la guerra in Iraq; le ferite, le colpe, il dolore, gli errori, il cinismo, le responsabilità umane e politiche. Temi tanto necessari quanto ormai abusati dal cinema statunitense, che è tornato a parlarne con Oltre le regole - The Messenger, opera prima dello sceneggiatore di I’m Not There, Over Moverman, che a Berlino si è aggiudicata l’Orso d’Argento proprio per la miglior sceneggiatura.
Se ne è parlato tanto, dicevamo, ma non basta mai, soprattutto se a gettare uno sguardo sulle ferite aperte della politica di guerra americana è una pellicola intelligente ed emozionante, intellettualmente onesta e non didascalica, come in questo caso.
Woody Harrelson e Ben Foster - monumentali entrambi, sicuramente sottovalutato e sottoutilizzato da sempre il secondo, che già dai tempi di The Believer aveva dimostrato di non sfigurare affatto nel confronto con Edward Norton – sono due militari del Casualty Notification Office. Il loro ingrato compito consiste nell’essere “ambasciatori di morte”, cioè nel comunicare ai parenti dei caduti in guerra – con una formula ufficiale fredda e impersonale – la loro morte in servizio. Si trovano davanti, nel corso della storia, una moglie incinta, una donna fedifraga, una ragazza che si prende cura del figlio piccolo, un padre che diventa immediatamente rabbioso. E le loro reazioni, tutte diversissime ma piene di verità, toccano i nervi scoperti dei “messaggeri” così come degli spettatori. La giovane madre quasi si scusa, mostrando di capire il dramma dei due militari: sarà lei a introdurre nella storia la dolcezza di una storia d’amore, che però risulta essere proprio il punto debole del film, per il resto così rigoroso e al tempo stesso commovente.
In The Messenger non scorre una goccia di sangue, non c’è una scena di violenza fisica né si sente echeggiare un colpo di arma da fuoco, ma è decisamente un film di guerra. Dove la guerra scorre nelle vene e nei corpi dei due militari che devono comunicarne alle famiglie le più tragiche conseguenze, portando loro stessi addosso i segni di un passato traumatico e di un presente difficile. Se ne parla anche relativamente poco, del conflitto armato in Iraq, ma The Messenger è anche un film fortemente politico, quasi allo stesso livello di tante pellicole sui reduci e sui veterani che scavano negli strascichi di dolore del passato, dal capolavoro di Cimino Il cacciatore passando per Nato il 4 luglio e poi per tutti i film che in anni più recenti hanno raccontato il conflitto, come In the Valley of Elah o Redacted. Perché qui ci si trova di fronte, spalle al muro, all’incomprensibilità della violenza che si riversa addosso ai figli incolpevoli di mamma America. Senza retorica e semplicismi, perché i due messaggeri Harrelson e Foster dimostrano di credere ancora, nonostante tutto, nella loro missione di militari, nonostante siano divenuti quasi dei robot che ripetono ad occhi spenti la loro formula di morte. E perché una giovane madre che ha appena perso il marito riesce a capire quanto sia difficile per loro fare un lavoro così ingrato, ma non accetta che altri uomini in divisa cerchino di reclutare dei ragazzini nei centri commerciali…





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