Zack Snyder esce vivo dal confronto con la graphic novel più bella di tutti i tempi, riuscendo a realizzare non un film di supereroi, ma un romanzo crepuscolare e sovversivo che racconta la storia americana
In molti ci hanno provato, quasi tutti hanno rinunciato. Solo per questo bisogna rendere merito a Zack Snyder e alla sua tenacia che potremmo simpaticamente definire spartana, tanto per citare il suo 300, film controverso tratto anch’esso da una graphic novel di culto, proprio come Watchmen.
Il passaggio da Frank Miller ad Alan Moore ha però decisamente giovato a Snyder, complice ovviamente un materiale di base di assoluta eccellenza che è di per sé un film dettagliatissimo, tutto da leggere e divorare con gli occhi.
Watchmen, ovvero il crepuscolo dei supereroi, o meglio ancora dei vigilante mascherati, messi al bando dal governo, costretti alla pensione, a un incarico governativo, a riciclarsi capitalisti o a operare nell’ombra sempre fedeli alla loro missione. Non ci sono cavalieri oscuri e tormentati giovanotti schiacciati dalla responsabilità dei propri poteri, ma uomini e donne non più giovanissimi alle prese con un mondo senza valori, senza morale e senza speranza e una società da rifondare che sembra non nutrire il desiderio di avere bisogno ancora di loro. Qualcosa che conosciamo bene, da molto tempo, e che Snyder ci mostra nella bellissima sequenza dei titoli di testa, in cui vediamo lo svolgersi della storia americana fino agli anni Settanta, momento in cui Richard Nixon non si dimette per lo scandalo Watergate, ma viene anzi rieletto per la terza volta, e una quarta, e una quinta, fino ad arrivare al 1985 in cui un misterioso killer sta eliminando gli ex eroi che prima difendevano le strade.
Un’America alternativa dove però Kennedy è sempre morto, dove il Vietnam non è stata una bruciante sconfitta solo perché si poteva contare sul Dr. Manhatthan, un’entità una volta umana capace di piegare al suo volere le regole dell’universo, dove la contestazione degli anni Settanta veniva repressa dagli uomini mascherati assoldati dal governo, ben cosciente di quali fossero i reali pericoli da dover fronteggiare per poter mantenere l’ordine e la disciplina.
Tutti questi elementi fanno di Watchmen uno dei romanzi sovversivi per eccellenza del secolo scorso e la riduzione cinematografica di Snyder lo porta in maniera dirompente anche in questo triste scorcio di Ventunesimo, in cui un altro presidente repubblicano ha provato a inventarsi guerre da vincere e nemici da sconfiggere. Sporco e cattivo, il Watchmen del grande schermo non lesina violenza e, per quanto ceda agli estetismi del regista, comunque ben più misurati rispetto alla fatica spartana precedente, ci consegna un quadro disturbante, convincendoci scena dopo scena che Rorschach, Night Owl e Silk Spectre sono davvero là fuori, alla ricerca dei responsabili dello scempio che ogni giorno leggiamo sulle prime pagine dei giornali.
Ma purtroppo (o per fortuna?) non è così e allora ci dobbiamo accontentare di un film, diretto con grande ritmo e polso fermo da un regista che si sta rivelando ben più autore di quello che possa sembrare. Anche a dispetto dell’evidente utilizzo della graphic novel come storyboard. Snyder riesce a infondere al film un tono elegiaco che è esattamente quello che pervade il romanzo di Moore e Gibbons, aiutato da una messa in scena squisitamente classica nella scelta delle inquadrature e dei ritmi, limitando gli effetti digitali all’indispensabile, che nel cinema moderno è comunque molto, e avvalendosi di un cast perfettamente affiatato.
Ma la cosa che maggiormente colpisce di Watchmen è l’essere riuscito a non tradire lo spirito dell’opera di Alan Moore, sebbene il caratteraccio dello scrittore inglese dica il contrario. Il film di Snyder è tutt’altro che un blockbuster hollywoodiano, al contrario è un film d’autore che deve i suoi 163 minuti a molte correnti, e quello che cresce nello spettatore dopo la visione a operare delle scelte che prima o poi ognuno di noi vorrebbe fare.
Watchmen è probabilmente il miglior film tratto da un romanzo a fumetti realizzato fino a oggi, ma è soprattutto un’opera cinematografica di assoluto valore, resa ancora più preziosa da una straordinaria colonna sonora, e che ha un’ambizione davvero enorme: quella di non essere dimenticata facilmente dopo la visione.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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