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  • Presenze. Paesaggi italiani - mostra fotografica a Roma
di Daniele Federico


Le fotografie di George Tatge annoieranno lo spettatore superficiale, Alphabetcity lo ha intervistato per capirne il significato più profondo

George Tatge durante la conferenza stampa. Photo: Daniele Federico

La fotografia è nata meno di 200 anni fa e da allora ha preso tante strade quante sono i fotografi, per questo esistono alcuni lavori fotografici che non possono essere apprezzati da tutti.
Presenze. Paesaggi italiani è un’esibizione lenta, riflessiva, centrata sull’autore, con un percorso progressivo e se andrete a visitarla al museo Intrastevere di Roma fate attenzione a iniziare dal corridoio di fronte all’ingresso, non girate subito a sinistra dato che l’ordine delle immagini è molto importante. Ecco la sua intervista, utile da leggere prima della visione:
Acquacheta 1991
Perché la pellicola e perché il bianco e nero?
La pellicola perché io adoro lavorare con una macchina fotografica che ho da trent'anni che è un banco ottico in legno ciliegio. Permette anche di alterare le linee prospettiche, è un sistema di lavoro molto preciso. Amo la nitidezza che le pellicole di grande formato ti permettono di ottenere, anche se il digitale sta facendo grandi progressi. E poi è una macchina che dà soddisfazione, è un rito che manca alla macchiana digitale. Mi vengono più malanni stando seduto di fronte a un computer che portandomi dietro la macchina pesante.
Il bianco e nero lo trovo un’astrazione della realtà, così è il mio lavoro. Le mie footgrafia non sono documenti, ma metafore.

Lo sviluppo e la stampa delle tue immagini lo curi da te?
Sì, uso il sistema zonale, inventato da Ansel Adams che rispetto più come tecnico che come fotografo, anche se noi tutti riconosciamo la sua grandezza, ma è un po’ troppo monumentale per i miei gusti, tuttavia ci ha lasciato questo sistema molto semplice e funzionante per cui ogni negativo va sviluppato per le necessità della situazione di ripresa. E poi c’è la stampa e il ritocco del negativo e di nuovo la stampa in un processo molto lento. Io in una società che corre molto trovo grande, grande gusto a chiudermi nella camera oscura e ascoltare Radio3 che io adoro e ascolto dalla mattina alla sera.

Poco fa dicevi che le tue immagini sono delle metafore. Le tue fotografie hanno un valore più estetico o più documentativo?
No, neanche estetico. Io direi una fruizione psicologica. Io sono venuto da una scuola di fotografia che mi ha impartito un ebreo ungherese che viveva negli Stati Uniti, dove io studiavo lettere, ma ho seguito un corso di fotografia introduttiva con lui che mi ha lasciato questo grandissimo insegnamento per cui attraverso la fotografia possiamo fare delle scoperte su noi stessi e adottarla come strumento di autoricerca. Queste stampe sono lo specchio del mio animo.
George Tatge, Il Po 2001
Il tuo genere principale è il paesaggio, c’è altro nella tua esperienza professionale?
Ho iniziato come street photographer, come è giusto che chiunque inizi, ma ho capito che non ero così veloce e intuitivo come i maghi del calibro di Bresson che riusciva a catturare immagini senza che gli altri se ne accorgessero, io invece finivo sempre per prendere delle borsate dalle donne e tornavo a casa anche disturbato e colpevole di essere antipatico. Non ho uno stomaco di ferro e ho capito che non era per me. Ho continuato a fare fotografie a chi conoscevo, ma poi l’architettura mi ha interessato e forse più del paesaggio, in questo momento. In questi mesi passo più tempo nelle città che in campagna.

Mi nomini alcuni riferimenti importanti nella tua fotografia?
Il mio primo eroe è stato Bresson, però non subito dovuto...
Scusa l’interruzione, ma non devi riportarmi necessariamente altri fotografi, possono assere anche film o non so che.
Ah, bhé, certo. Hai detto benissimo. Torno subito a parlarti di letteratura. Io ho studiato in un ambiente anglo-americano per cui i miei ispiratori sono stati James Joyce con le sue epifanie, infatti volevo quasi intitolare questa mostra epifanie, però è una parola molto abusata. Un altro è stato T.S. Eliot, William Faulkner, altro autore del sud profondissimo.
Nel mondo della fotografia Minor White e Walker Evans avevano qualcosa di più magico, di più ambiguo che mi attirava, poi Paul Strand.
George Tatge, Lamiera 1997
Si crede spesso che la più grande difficoltà del fotografo sia scattare le immagini. Però può accadere che ci siano altre problematiche.
Difficile perché non ci sono tante gallerie che non si occupano di fotografie. Questa è una grande lacuna, in Italia soprattutto. Purtroppo la fotografia non ha molto valore nel mercato globale, per cui se un gallerista deve passare tanto tempo a trattare di fotografie, quando in minor tempo può vendere opere di pittura più quotate è chiaro che sceglie la seconda via. Il mercato rende difficile essere notati. Poi le riviste, ci sono, sì, ma anche loro pensano che noi viviamo solo di onori per cui l’idea di essere compensato per un portfolio d’immagini dà quasi imbarazzo. Dobbiamo pur vivere e con la fotografia di ricerca è difficilissimo, bisogna trovare dei lavori collaterali che te lo permettano. Non è con quella vendita casuale a un museo che tu riesci a mandare avanti una famiglia, come ho detto di gallerie ce ne sono pochissime.


Presenze. Paesaggi Italiani. Fotografie di George Tatge
Museo Intrastevere - piazza S. Egidio, 1 b - Roma Tel.: 060608
E-mail: info@museodiromaintrastevere.it
Dal 6 Marzo al 5 Aprile 2009
Dal martedì alla domenica ore 10.00-20.00
Chiuso lunedì

La biglietteria chiude un'ora prima
Biglietto d'ingresso

€ 4,50 intero
€ 3,00 ridotto

Ingresso gratuito sotto i 18 e sopra i 65 anni








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