Hope and Faith: un tipico esempio di esilarante sorellanza
di Valeria Roscioni
La Speranza era di far ridere, il Fato ha voluto che si potesse anche riflettere. Ma andare oltre i confini del genere non è semplice
Solo chi segue Beautiful dall’inizio, o chi ha in casa una nonna appassionata, può sapere che il primo amore di Ridge non fu la bionda sexy Brooke Logan, ma una donna dal fascino più discreto: Caroline Spencer, al secolo Joanna Johnson, la cui carriera ha subito un irreversibile crollo nel momento in cui il suo personaggio ha contratto una leucemia fulminante. Che fare? Visto che le lacrime già scorrevano a fiumi sul set, e tutti sappiamo che Beautiful è imbattibile in questo campo, la Johnson ha ben pensato di riderci su creando nel 2003 Hope and Faith: brillante parodia della sua stessa ascesa nei meandri del dimenticatoio.
Faith, infatti, non è altro che una nota attrice di soap che, dopo la morte del suo personaggio, disperata e completamente al verde, con l’unico bagaglio di centinaia di vestiti, scarpe e accessori, e un Emmy (per cui nutre una venerazione illimitata), piomba nella tranquilla cittadina di Cleveland, nell’ancor più tranquilla abitazione di sua sorella maggiore Hope, angelo del focolare con tanto di marito perfetto, bello, simpatico e dentista, e tre figli. È il trionfo del caos. Il rapporto tra sorelle è morboso-litigioso come solo chi ha una sorella può capire, la primogenita non sa resistere alla tentazione di far da madre alla più piccola, anche se non è più una bambina, e questo significa sconvolgere l’intera armonia familiare. Allora Charlie, coniuge in pieno stile american dream, perde la pazienza, e la prole trova una confidente di certo meno matura ma più moderna.
La penna degli sceneggiatori si sbizzarrisce in numerosi siparietti che coinvolgono le due sorelle in gag degne di Stanlio e Ollio e quando, inevitabilmente, l’intera famiglia viene coinvolta, è davvero esilarante. Faith è un autentico ciclone di difetti: pigra, egocentrica e assolutamente fissata con lo star system che le ha causato una sorta di dipendenza. Un personaggio fresco e originale che, con la sua mania per il successo, non concede mai un attimo di noia anche grazie alla mimica imbattibile di Kelly Ripa.
Una fotografia che predilige i colori accesi sottolinea ancora di più quanto già emerge dallo script: in questa sit-com è impossibile fare previsioni, nulla è scontato se non che il rapporto tra le due sorelle, forte di un legame indissolubile, trionferà ogni volta, anche toccando il cuore degli spettatori. Fanno da coro i tre figli, unico vero e proprio stereotipo: la bella Sydney (che a partire dalla seconda stagione avrà le curve di Megan Fox), la colta Haley ed il piccolo e paffuto Justin (il giovanissimo Paulie Litt, visto anche in Speed Racer), quest’ultimo un vero trionfo di quell’umorismo cinico che messo in bocca ai bambini è davvero irresistibile.
Nonostante il taglio registico e l’ambientazione siano quelli tipici della situation comedy (inquadrature standard, ritmo cadenzato, prevalenza di riprese in interni con una certa ripetizione delle location), dalle tre stagioni di questa serie trapela molto di più e, tra una risata e un sorrisetto, si affaccia timido qualche spunto di riflessione. Il fatto è che è mancato il coraggio di arrivare fino in fondo e i personaggi soffrono la loro leggerezza che li rende adorabili, ma anche privi della reale possibilità di lasciare il segno. Il risultato è un limbo caotico e coinvolgente che si ferma a pochi millimetri dallo scavalcare l’ordine prestabilito. Divertente, ma che peccato!
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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