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  • Duplicity
di Alessandro De Simone


Tony Gilroy continua a giocare con il tempo e a puntare il dito contro le multinazionali, questa volta mescolando i generi e con toni leggeri, ma la noia regna sovrana.

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La factory di Steven Soderbergh e George Clooney ha smosso non poco il panorama cinematografico americano degli ultimi anni, soprattutto grazie allo straordinario impegno politico che la coppia e il loro entourage profonde nei progetti nei quali con passione si gettano.
Tony Gilroy è quello che, insieme al regista e sceneggiatore di Syriana Stephen Gaghan, maggiormente si è distinto per l’impegno e il talento, soprattutto come sceneggiatore. Non a caso sono suoi gli script a orologeria della trilogia di Bourne e il primo film da lui diretto, Michael Clayton, lo ha immediatamente catapultato nel gotha dei registi da tenere d’occhio.
Per tutte queste ragioni c’era grande attesa nei confronti di Duplicity, commedia romantica con sullo sfondo l’immancabile denuncia alle multinazionali e un cast di assoluta eccellenza.
Clive Owen e Julia Roberts sono due agenti segreti che prestano le loro abilità ai reparti di intelligence di due corporazioni farmaceutiche che si fanno una guerra senza esclusione di colpi per la supremazia del mercato dell’igiene personale. Tra un colpo basso e l’altro, resterà un solo vincitore.
Ambiziosa commistione di molti generi, dal film di denuncia alla commedia sofisticata fino al colpo di scena finale che ovviamente non sveliamo, Duplicity viene costruito da Gilroy attraverso una complicata serie di salti temporali che rende la narrazione non tanto complicata, quanto confusa e noiosa, togliendo a questa banale storia che strizza l’occhio ai film Tracy – Hepburn anche quel poco interesse che avrebbe potuto stimolare.
Pesante nella costruzione, verbosa oltremodo, spesso irritante per l’inutilità con cui vengono sviluppati i diversi nodi dell’intreccio disseminati alla rinfusa tra flashback e split screen totalmente a-narrativi, Duplicity non viene salvato nemmeno dalla coppia protagonista, visibilmente sperduta in questo pasticcio che raggiunge vette imbarazzanti nella fugace parte ambientata in Italia, nella quale non mancano le solite cartoline dal Bel Paese, con Owen che corteggia una bella fanciulla all’ombra del Pantheon in quel di Roma e la Roberts che si muove con una fiammante Vespa 50 Special, simbolo del Made in Italy.
Un terribile passo falso per Gilroy che certamente ha messo troppa carne al fuoco e che soprattutto non ha nelle sue corde i tempi difficilissimi della commedia, facendo di Duplicity un film del quale si desidera vedere semplicemente la fine, senza necessariamente avere voglia di conoscerne l’epilogo. Si salvano da tutto questo disastro solo Paul Giamatti e Tom Wilkinson, attori di classe che gigioneggiano cercando, almeno loro, di divertirsi.








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