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21 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Interviste
  • Intervista a Luca Poldelmengo
di Federica Aliano


Lo sceneggiatore e autore del soggetto di Cemento armato esordisce nel romanzo con Odia il prossimo tuo. Che ci spiega in questa piacevole chiacchierata

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Ruvido, sporco e cattivo. Ecco come si potrebbe definire Odia il prossimo tuo, il romanzo d’esordio di Luca Poldelmengo, giovane autore romano sceneggiatore di un noir secco e a suo modo “puro” come Cemento armato.
Ed è così anche questo suo libro: puro, del noir più nero, con tutti gli elementi del genere ben collocati nei posti giusti. Un turn pages di quelli che non ti fanno mai spegnare la luce la sera, di quelli che certa critica snob per molto tempo non ha nemmeno considerato davvero letteratura.
Amaro, durissimo, plumbeo come un cielo colmo di pioggia... sono tutti forti gli aggettivi che si possono usare per questo libro, edito da Kowalski. Solo uno fa eccezione: sincero.
Perché traspare tra le righe che l’anima di chi lo ha scritto c’è davvero dietro, perché di sincerità sono densi i particolari che donano ancora più realismo (i commenti di Guido Meda alle corse motociclistiche, i salutini di Paolini che si infiltra durante i servizi dei TG...), ma soprattutto perché basta parlare due minuti con Luca per capire che non ti nasconde nulla. E questa, per noi, non è la prima volta che gli parliamo...
Un solo avvertimento: se siete di quelli che si impressionano per un nonnulla, state lontani dalle sue pagine. Perché Poldelmengo non fa sconti al suo lettore e gli sbatte in faccia la realtà dei quartieri più infimi, degli ousider che stanno ai gradini più bassi della società, al pari quasi dei cani randagi. E lo fa in diretta, senza passare dal via, e in maniera così improvvisa da lasciarti senza parole. E senza possibilità di fuga...

Leggendo il tuo romanzo si avverte chiaramente la tua matrice di sceneggiatore. Lo stile di scrittura è molto cinematografico...
Inizialmente infatti Odia il prossimo tuo doveva essere un soggetto cinematografico, poi durante la scrittura ho sentito la necessità di dargli un respiro più ampio, tanto mi aveva preso la storia. È stato consequenziale a quel punto farlo diventare un romanzo. Avevo da tempo il desiderio di fare qualcosa che dipendesse da me in tutto e per tutto; un film è un’opera che dipende da molti, e io resto sempre convinto che l’autore di un film è chi lo dirige. Per questa volta volevo mettermi in discussione con oneri e onori. Per quanto riguarda lo stile, c’è poco spazio per l’introspezione psicologica: è secco e va molto per immagini.

Anche i titoli dei capitoli sono cinematografici, infatti sono tutti titoli di film...
Tutti, compreso il titolo del libro, che è uno spaghetti western del ’68, diretto da Ferdinando Baldi. Questo continuo riferirsi al cinema è stato per me un non volersi nascondere in nessun modo. Non sapevo che sulla copertina del volume ci sarebbe stato scritto “dallo sceneggiatore di Cemento Armato”, ma non ho mai neanche desiderato nascondere la mia provenienza cinematografica. Quei film per me non sono i più belli in assoluto, ma sono i più funzionali alla storia, quelli che si adattavano meglio a ciò che vivono i personaggi.

Sul risvolto di cover si legge che stai lavorando ad altri tre progetti per il cinema...
Sì, tutti in collaborazione con Alessia Tripaldi; due soggetti sono stati solo opzionati e per ora sono in stand by, quindi non posso dire nulla. Il terzo invece lo stiamo trattando per Cristiano Bortone e la sua casa di produzione Orisa. È un film per ragazzi, pensato per un pubblico di famiglie, dai cinque anni in su. E già, cambio genere...

Già, perché finora ti abbiamo visto alle prese solo con il noir...
La cosa che mi piace di più del titolo del libro è quello che non c’è. I miei personaggi hanno tutti una cosa in comune: non si amano. L’odio che hanno per il prossimo nasce dall’assenza di amore che hanno per loro stessi.

In questo libro non risparmi la violenza al lettore. È dura, diretta, mai edulcorata.
Punto molto sull’azione e la violenza ha un ruolo predominante. Come credo debba fare un buon noir, anche questo getta un occhio critico sulla società. Era necessario renderla per come la vedo, senza edulcorarla. Purtroppo devo dire che la realtà supera la fantasia: nemmeno i miei personaggi arrivano a fare certe cose che leggo sui giornali. Per esempio questa: a Torino dei ragazzi hanno messo lastre di cemento sui binari per far deragliare il treno e riprenderlo con il telefonino! Quindi semmai, rispetto alla realtà, lavoro per sottrazione, la violenza che descrivo non è mai gratuita.

Ma soprattutto, sia qui che in Cemento armato, la violenza scaturisce da motivi futili...
C’è sempre una componente di casualità. È come un butterfly effect: si parte da qualcosa di piccolo e di tutto sommato insignificante, che poi dà luogo a qualcosa di sempre più grande. Qui poi pongo l’accento su una certa generazione, intorno ai 25 o giù di lì: spesso arrivano a fare determinate cose quasi per noia. Il passato del Rosso invece faceva comodo come espediente narrativo: confrontare una persona che in passato aveva fatto violenze, ma per un fine alto, giusto o sbagliato che fosse, con suo figlio che invece le fa senza nessun motivo.

Infatti il personaggio di Cristiano è quello che colpisce di più: odia tutto e tutti, ha schifo di qualunque modo di vivere e di qualunque ideologia...
Cristiano nasce da un deficit affettivo che provo a descrivere con i problemi della madre e la presenza-assenza del padre. È un non-membro della famiglia: ha avuto tutto da un punto di vista materiale, ma nulla da un punto di vista affettivo. Ci sono persone che non devono faticare per avere le cose per le quali oggi la società ci giudica (auto, soldi, telefonino...), ma faticano molto per le cose che davvero ti servono, come l’amore di una famiglia. Questo li porta spesso a porsi al di sopra di tutto. Credo che questo nichilismo sia figlio della non-educazione sentimentale che ha avuto Cristiano.

Un altro elemento in comune con Cemento armato è la tua grande capacità di descrivere certi quartieri di Roma, la periferia estrema, le borgate...
Credo faccia parte della mia storia personale. Sono cresciuto a Casalbruciato e so cosa voglia dire vivere in una borgata degradata. Sono riuscito ad assimilarlo perché fa parte di me. Spero di riuscire anche a comunicare il degrado inteso come assenza di tutto. E non penso che questa sia una caratteristica solo romana: non ho dubbi che in altre città sia la stessa cosa in quartieri simili.

Però anche il tuo porti a distanza da certe realtà conserva comunque uno sguardo benevolo, quasi affettuoso.
Questo perché ne sono uscito fuori e so quali sono le difficoltà, ma so anche che è possibile farlo. Spero che anche Tegla, Sella e che lo stesso Andrea ci riescano, mi piace pensare questo per i mei personaggi.

La coralità è stato un altro elemento fondante per te finora, ma non si riesce mai a prendere le parti di nessuno, ti tieni lontano dalla divisione netta fra buoni e cattivi...
Parto dal presupposto che il mio racconto sia una summa di caratteri non positivi. Evito come la peste i cowboy e gli indiani. Secondo me nel noir devi metterti di fronte una serie di personaggi negativi e poi, non sai perché, ti ritrovi a fare il tifo per uno o per l’altro. In quello che scrivo non sono mai io che dico a chi devi tenere e a chi no. Cerco di non schierarmi dalla parte di uno o dell’altro.

C’è un’altra caratteristica di cui ci vuoi parlare, qualcosa a cui tieni in particolare?
Il rapporto genitore-figlio. Tra Cemento armato e Odia il prossimo tuo c’è un ribaltamento. Nel primo c’era un figlio che viveva un disagio a causa dell’assenza del padre; ora c’è la stessa assenza, ma viviamo il disagio del non esserci stato da parte del padre, non nella testa di Cristiano.





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