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  • Intervista a Robert Downey Jr.
di Alessandro De Simone


Solo chi cade può risorgere e quest'uomo e attore straordinario ne è la prova vivente. Dal rehab al Golden Globe...

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Sono lontani gli anni Ottanta, quando al soldo di John Hughes rendeva impossibile la vita ad Anthony Michael Hall ne La donna esplosiva o cercava di rimorchiare tutte le donne di New York in Ehi, ci stai?, uno dei tanti film sottovalutati di James Toback. Lui, Robert Downey Jr., sottovalutato non lo è mai stato, perché sin dalle sue prime prove si era capito che il talento è grande in quest'attore. Genio e sregolatezza, come spesso accade, e Robert, figlio del regista che porta il suffisso di Sr., non si è tirato indietro, tentando di distruggere la sua vita e la sua carriera senza mai diventare un cliché e con una coerenza disarmante. Oggi è uno degli attori più pagati e ricercati di Hollywood, star di blockbuster di successo e sempre alla ricerca di un piccolo film in cui recitare davvero. Dopo il Golden Globe come miglior attore leggero per Sherlock Holmes, lo vedremo tra breve di nuovo nell'armatura di Iron Man. E proprio in occasione del primo film del franchise lo avevamo incontrato. Un'intervista che ci sembra opportuno proporvi adesso, in attesa di poter nuovamente fare quattro chiacchiere con questo artista di assoluta eccellenza.

Mr. Downey, prima di tutto le faccio i complimenti per il suo bellissimo cappello. Come sempre elegante e attento ai dettagli...
Grazie. Una volta la moda significava molto per me e questo indica quanto fossi vuoto e superficiale. Adesso cerco ogni tanto di essere un po’ più di classe, ma sarei molto felice a casa con addosso solo il pigiama.

Il suo personaggio in Iron Man è in questo molto simile a lei: è un uomo che ha tutto ma che è anche stufo. Da attore, come pensa che si possa gestire la celebrità una volta che se ne viene travolti?
Innanzitutto ho imparato a essere grato, a non prendere tutto sul serio, ma a prendere sul serio solo le cose più importanti. Vent'anni fa era di moda essere irresponsabili, oggi non è più possibile perché l’informazione ci mette tutti in una condizione di uguaglianza. Ma ammetto che a queste cose ho cominciato a pensare da poco.

Quanto del suo percorso personale tortuoso incide nella scelta dei suoi copioni, dato che interpreta sempre personaggi ribelli e lacerati?
Dovresti parlarne col mio analista… Se si riflette sempre ciò che si è, allora è narcisismo.

Ha parlato di un lasso di tempo di vent’anni e, al di là del modo di dire, sono effettivamente passati più di vent’anni da quando ha cominciato a fare cinema nei film di John Hughes, con il filone giovanilistico americano, che portò per fortuna a un bellissimo cinema di genere. Poi arrivò il grande successo di Chaplin con Richard Attenborough, adesso Iron Man. Amo l'idea che gli attori abbiano la possibilità di vivere tante volte: lei si sente così?
Credo di sì. In effetti come attore passo attraverso tante fasi in un solo giorno. Ma quando non lavoro è diverso, ad esempio quando mi sto allenando, sto lì e mi chiedo: ma che mi alleno a fare se non ho neanche un lavoro? Tutto questo kung fu, tutto questo allenamento, questi massaggi che faccio, a che servono? Ora invece è un periodo che sto lavorando molto, e non ho tanto tempo per farmi domande su me stesso, avrei dovuto farlo lo scorso anno quando ero un po’ più inattivo. Adesso guardo alla mia vita, sono passati 42 anni e sono in mezzo, come quando si alza un mazzo di carte. Guardo più alla metà che verrà rispetto a quello che ho già fatto. Quindi più che ai risultati e ai successi, guardo alla pensione e alla morte.

Mi parli del suo rapporto con la musica: canta e suona ancora come abbiamo visto in Ally McBeal?
Ci sono molte cose che mi hanno cambiato, però il cambiamento interno avviene sempre prima di quello esterno, nel senso che la gente se ne accorge sempre dopo. Anche con questo film sta succedendo lo stesso: ho fatto Iron Man, sta andando bene, mi sento bene per averlo fatto, e adesso stanno arrivando proposte che non mi sarei mai aspettato. Anche per la musica un po’ è successo questo. A me sarebbe sempre piaciuto fare un disco e adesso che non ci pensavo più è arrivato Starbucks e mi ha chiesto di fare un album per la loro etichetta discografica.
Questo è quello che accade: uno cambia, poi aspetta, e dopo molto tempo arriva qualcosa che dimostra quel cambiamento. Così in qualche modo sono entrato a far parte del mondo della musica e non sono più un outsider.

Che differenza c’è stata nel preparare due personaggi diversi come Chaplin, realmente esistito, e Iron Man, protagonista di un fumetto?
Charlie Chaplin e Tony Stark sembrano diversi, ma non lo sono tanto: il primo è stato idealizzato ed è difficile oggi trovare la realtà di quel personaggio, e lo stesso vale per il secondo che è un archetipo, è il prototipo dell’uomo che ha tutto. Nell’impersonare questo, che non è un personaggio ideale, è successa una cosa bizzarra: abbiamo usato come teatro di posa lo stesso luogo dove ha lavorato Howard Hughes e quindi abbiamo avvertito in maniera molto forte l’influenza di una persona reale proprio mentre intepretavamo una storia inventata. Insomma apprezzo Tony Stark e adoro Charlie Chaplin.





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