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  • Intervista a Juan Padròn
di Federica Aliano


Il più grande animatore cubano, autentica scuola d'animazione vivente, è stato ospite d'onore a Cartoons on the Bay 2009. Con enorme simpatia si è intrattenuto con noi in una piacevole chiacchierata

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Al Cartoons on the Bay 2009 è stato presentato il case history del più importante studio d'animazione di Cuba, l'ICAIC, e siamo rimasti senza fiato. La semplicità, la verità e l'intento educativo diretto e schietto di una cartone come Pubertad è avanti anni luce rispetto a certe serie per tweeny a cui siamo abituati. L'ICAIC ha inoltre realizzato una serie animata in occasione del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, per sensibilizzare, educare e in qualche modo contrastare la piaga di violenze domestiche che affligge Cuba.
All'incontro era presente Juan Padròn, il più grande animatore cubano.
Per chi non lo conoscesse, Padròn, 63 anni non dimostrati, con una grossa pancia, folti baffi grigi e una grande carica di simpatia, è il padre dell'attuale animazione cubana. Il personaggio da lui inventato nel 1970, Elpidio Valdès, un soldato della liberazione cubana, è stato protagonista di oltre sessanta cortometraggi e di due lungometraggi. Oltre alla sua fondamentale collaborazione con Quino per Mafalda, Padròn è autore di altri quattro lungometraggi. La fama internazionale arrivò per lui nel 1985, con il film animato ¡Vampiros en La Habana!, storia infarcita di una irresistibile comicità e di una satira politica senza precedenti. Il protagonista, Joseph Amadeus Dracula, è un trombettista che con la sua band complotta contro il governo cubano. Casualmente è anche un vampiro, e suo zio lo usa come cavia per i suoi esperimenti sugli effetti dei raggi solari.
Non potevamo lasciarci sfuggire l'occasione di parlare con Padròn, e dobbiamo ammettere che raramente abbiamo incontrato persone così disponibili...

Secondo lei come mai le misure restrittive adottate dallo Sato hanno comunque teso a salvaguardare il lavoro degli studi d'animazione?
Gli studi d’animazione non sono stati chiusi perché lavorano per un qualcosa di prioritario: l’educazione. Lo Stato si è reso conto che era importante mantenere la produzione di un cartone animato che avesse lo stile tipico di Cuba e ha quindi fatto in modo che non ci mancasse nulla: dalla carta, ai colori, a tutto quello di cui potevamo aver bisogno. Allo stesso tempo però si è cercato di creare un prodotto competitivo, che potesse essere venduto, in modo da recuperare anche i soldi che venivano investiti dallo Stato.

Quello che colpisce di più di lei è che ha coperto tutti i ruoli, forse anche per colpa – o per merito – dell’embargo.
La cosa più difficile era ricostruire i pezzi di ricambio delle telecamere. Io non li ho mai costruiti personalmente, ma altri animatori lo hanno fatto. Quando c'è stato l’embargo era un vero e proprio incarico che ci era stato assegnato. Avevamo una videocamera Mitchel del 1927, recuperata da un aereo nordamericano che era caduto. Per noi era importante per lavorare e l'abbiamo riparata costruendoci da soli i pezzi di ricambio che erano stati danneggiati.

Quando è in viaggio, come in questi giorni in Italia, cerca di comprare fumetti, vedere cartoni e documentarsi su quanto si produce in Occidente?
C’è da fare un chiarimento: a Cuba c’è l’embrago e le merci non posso entrare, ma c’è molta informazione. In qualche modo animazione e fumetti di ogni tipo arrivano a chi interessano. Abbiamo molti festival, di cinema, teatro, musica... sono festival internazionali. Poi abbiamo internet, le informazioni arrivano per varie strade. Semmai c'è da dire che se un autore è invitato a un festival internazionale negli Stati Uniti, l’ambasciata americana di solito non dà il visto, oppure lo dà il giorno dopo che il festival è finito. Se devo ritirare un premio, non posso andare, mi danno il visto il giorno dopo la consegna. È successo anche ai musicisti che non sono potuti andare a ritirare il Grammy.

In conferenza ha dichiarato dichiarato di non gradire lo stile manga...
Il manga negli anni ’60 era davvero qualcosa di innovativo e interessante, ultimamente però è diventato un cliché. I personaggi hanno tutti la stessa espressione, i movimenti sono tutti uguali e ripetitivi, e anche i suoni sono più o meno quelli. Non è esatto dire che io sono contro i manga; quello che dico ai giovani animatori è di non copiare. Non bisogna perdere la propria peculiarità. Lo stile manga va bene se è solo un’ispirazione, un punto di partenza. Oggi si vede un cartone spagnolo che sembra realizzato in Giappone o un cortometraggio tedesco che potrebbe essere tranquillamente coreano. In questo modo si perde l’identità.

Molto spesso succede che i personaggi dei cartoni animati vengano ripresi e ridisegnati dalle nuove generazioni e che sopravvivano in un certo senso al loro creatore. Lei pensa che il suo Elpidio Valdès sia legato a lei e alla sua ironia o potrebbe essere ridisegnato da qualcun altro?
Elpidio non è come Batman, Superman o gli altri supereroi. A Cuba l’autore è il massimo responsabile artistico della creazione. Non è un fatto commerciale, non parliamo di diritti che possono essere comprati, il punto è che un personaggio non può essere affidato a chiunque. Credo che nessuno possa fare Elpidio Valdès come me; ho provato ma è inevitabile che il risultato non sia lo stesso. A me piacerebbe molto che lui mi sopravvivesse: l'anno prossimo Elpidio compirà quarant'anni, sarebbe bello che ne vivesse ancora altrettanti. Sono certo che la sua fama sarà più lunga della mia vita.

Il cartone come memoria storica e strumento educativo: perché è così efficace questo linguaggio?
Non saprei rispondere con certezza; quello che so è che era un linguaggio che per primo ha colpito me, che mi ha fatto venir voglia di imparare e descrivere. Ricordo che da piccolo ero pazzo delle animazioni e dei film sui cowboys, di John Wayne, di tutta la tradizione nordamericana. Quando ho deciso di raccontare la storia di un soldato cubano rivoluzionario e anticolonialista che combatteva per l'indipendenza totale dalla Spagna, sapevo quindi come erano fatte le uniformi americane, ma non le nostre. Allora sono andato in alcuni musei, mi sono scoperto “ricercatore” per scoprire cosa indossavano i soldati cubani e spagnoli, che fucili usavano, come erano fatte le loro marsine... Se i ragazzi cubani che leggono i miei fumetti, o che vogliono imparare qualcosa da me, faranno lo stesso, ne sarà valsa la pena. Ho scoperto, peraltro, quanto il mio lavoro abbia colpito l’immaginario: a L’Avana, durante un festival, c'erano molti bambini che hanno visto i film Disney. Hanno gridato, esultato e applaudito quando sullo schermo c'erano Mickey Mouse e altri personaggi Disney; poi è passato un cartone di Elpidio Valdès e c'è stato lo stesso entusiasmo, gli applausi erano gli stessi, se non di più. Questo mi ha riempito di gioia.

In qualche modo è rimasto uno dei pochi, se non l’unico, a usare un linguaggio rivoluzionario.
Mentre l’animazione a Cuba vive un momento di grande salute, il fumetto, purtroppo, è in discesa.

Cosa può dirci della sua collaborazione con Quino, il creatore di Mafalda? Oggi esiste ancorauno scambio così stretto con qualche disegnatore di altri paesi?
Con Quino ho lavorato verso la fine degli anni ’80, e ciò potrebbe essere considerato una piccola neobolivarizzazione della cultura sudamericana. Continuo sempre a collaborare con artisti di altri paesi. Ora, per esempio, ci sono rapporti strettissimi con il Venezuela, con scambi di competenze tecniche, ma senza influenze artistiche: ognuno ha la sua arte.

Quali sono state le personalità che hanno influenzato il suo lavoro? Può dire di aver avuto dei veri e propri maestri?
Ho avuto diversi maestri: Juan Lopez Fernandez, il creatore catalano di SuperLopez, mi ha insegnato a disegnare, mentre dall’australiano Harvey Reed ho imparato i meccanismi della sceneggiatura e della messa in scena.

E quali fumetti amava leggere da ragazzo?
Per quanto riguarda quelli che amavo leggere, penso ai nordamericani alla Tex Avery così come alla magnifica scuola argentina. Il SudAmerica ha una grande scuola, come Fontanarosa e Quino.

E oggi c'è qualcuno ancora in grado di affascinare Juan Padròn?
Mi piacciono da morire I Simpson, la loro ironia, la loro comicità. Mi piacerebbe molto invitare Matt Groening a Cuba, ma tanto non gli darebbero il visto (abbiamo invitato anche Bill Clinton!). Adoro i Simpson e anche Futurama. Confesso anche che sto scrivendo una storia su alcuni uomini dell’età della pietra e in un certo senso la sua ironia mi sta “guidando”, credo ci sia un po’ di lui in questo mio lavoro. Speriamo che Obama cambi qualcosa e ci consenta di incontrarci!

Come è nato il suo impegno sul fronte della violenza sulle donne e i bambini? La ICAIC ha prodotto una serie animata apposita, ma lei ha realizzato qualcosa in prima persona?
Mia moglie, che è una psicologa, ha scritto un libro sulla violenza tra le mura domestiche, sulle donne e sui bambini. Si tratta di un saggio semplice, illustrato, che possa portare il messaggio a tutti. Io ho curato due spot televisivi e tutte le illustrazioni contenute nel volume.





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