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  • Che - L'argentino
di Boris Sollazzo


Il Che c’è, ma non si vede. Il Rivoluzionario si fa anonimo

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Ammettiamolo, ci aspettavamo un Guevara’s Eleven. Un rivoluzionario affascinante, fatto a immagine e somiglianza del mito che gli è stato costruito attorno. Il Danny Ocean della Sierra Maestra - è in fondo l’operazione di Walter Salles che ne I diari della motocicletta ci offrì la giovinezza di un predestinato, metà santo e metà rockstar- che ammicca dal grande schermo come fa da decenni da magliette, poster e copertine di libri. Un marchio mai passato di moda, anche perché Albert Korda, che scattò la famosa foto con lo sguardo intenso e malinconico verso l’orizzonte (degli eventi? della rivoluzione? di Cuba?) al funerale di 100 cubani uccisi da un’esplosione causata dalla Cia nel 1960, da vero comunista non pretese diritti su quell’immagine, a condizione che fosse usata per scopi utili all’Idea. La storia ci ha insegnato che il compianto ed eclettico e artista con la Leica sempre in pugno è stato di manica larga nei suoi giudizi. Steven Soderbergh, che si tuffa nel mainstream con malcelato piacere fingendo di sopportarlo per regalarsi qualche capolavoro indipendente (vedi Bubble, mai abbastanza apprezzato) - la verità è che non potrebbe vivere senza uno dei due-, tenta la missione impossibile, raccontare, davvero, Ernesto “Che” Guevara. Contro tutto e tutti ci ha messo anni e ben due film. Che- L’argentino e Che - Guerrilla (che uscirà il 1° maggio). Visti a Cannes 2008 in unica soluzione, con breve interruzione per evitare la disidratazione, arrivano in Italia un anno dopo, e anche prepotentemente (Bim se lo gioca con 210 copie). In questo primo capitolo ci ritroviamo in tre momenti chiave dell’esistenza del compagno Ernesto, personale e soprattutto politica, per lui di fatto coincidenti: l’incontro con Fidel Castro e la Sierra Maestra della rivoluzione anti-Batista, inframmezzati da flash forward di un suo intervento all’Onu del ’64 con intervista a margine della non accreditata Julia Ormond. Lo stile è asciutto, ruvido, il bianco e nero, pur saturo, si incunea nel “futuro” e ogni tanto imprigiona il film in un faticoso viaggio per attori e spettatori, la fotografia di Peter Andrews (pseudonimo del buon Soderbergh) è impeccabile e severa, e lascia alla Storia e a un monumentale Benicio Del Toro le condizioni migliori per lavorare. Ne esce fuori uno dei film più interessanti e difficili degli ultimi anni e forse la svolta definitiva verso la maturità di un genio finora troppo impegnato e iperattivo per diventare un maestro. Soderbergh si traveste qui da Kieslowski, per un cinema morale e non moralista, con un biopic che ci offre un trattato sulla quotidianità della ribellione, della lotta armata clandestina, della rivoluzione moderna che si fa guerriglia, e viceversa. Che Guevara è sì l’eroe, anzi, piuttosto il Comandante senza paura che non teme di perdere la propria vita e neanche quella dei suoi uomini, ma soprattutto un uomo, con le sue debolezze, rigidità, idiosincrasie. Un guerriero colto, idealista e ingenuamente ideologico, un medico, un combattente spesso incosciente, un malato (ha l’asma, vediamo Del Toro dignitosamente squassato da questa tortura giornaliera) e un politico senza sovrastrutture. Il cineasta è ossessionato dal renderci il vero Guevara, persino nelle esecuzioni “necessarie”, ne subisce il fascino e al contempo si sforza di non risparmiargli niente. Un esempio psico-cinematografico di una certa cattiva coscienza radical-chic del blocco americanocentrico, la cui gioventù nelle sue proteste ha reso il Che idolo e simbolo, anche grazie a Giangiacomo Feltrinelli (nel 1968 esce Il diario in Bolivia, e la famosa foto è in copertina). Quello che più stupisce in questa pellicola è l’anonimato del Che - e la macchiettistica visione dei suoi compagni di battaglia - ma il punto è che, proprio alla Kieslowski, Soderbergh dovrebbe prendere il coraggio a due mani e scegliere anche lui la strada di un decalogo. Per offrirci di Guevara i lati che alla propaganda delle piazze non sono mai piaciuti, per guardare nella sua vita, nei suoi misteri, nelle sue ossessioni (dalla bolivarizzazione del continente agli aforismi di lotta non proprio ortodossa, nel bene e nel male, da “uno, cento, mille Vietnam” al “combattere senza perdere mai la tenerezza”). Ci vuole coraggio, e questo Del Toro, per farcela. E solo allora questo film entrerà nella Storia. Anche quella del cinema.







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