Uno dei fumettisti più rilevanti del surrealismo italiano sequenziale si dedica ora anche alla narrazione. La sua a dir poco cinica visione dell'uomo si manifesta in due raccolte di racconti
Artista poliedrico, Stefano Zattera è tra i più rilevanti esponenti del fumetto e della pittura pop-surrealista italiana, e ora anche smaliziato narratore in due eccentriche ed esilaranti raccolte di racconti in cui si palesa la sua caustica visione sulla razza umana. Storie che giocano con gli stilemi dell'horror più sanguinolento, della fantascienza strampalata di tanto cinema psicotronico e con le situazioni esagitate e iperviolente delle malavitose famiglie italoamericane. Ed è proprio dal Goodfellas di Martin Scorsese che Zattera prende in prestito il personaggio di Tommy De Vito, l'irascibile gangster interpretato da Joe Pesci, e ne fa il protagonista assoluto di Buffo Come? Memorie di un Bravo Ragazzo, spingendo oltre i limiti del possibile le gesta del goffo, ma spietato criminale. E quando la soglia del verosimile sarà raggiunta, niente paura, si tracima nei territori dei generi più disparati con disarmante spregiudicatezza, ottenendo sollazzevoli risultati.
Stessa attitudine ludica e sferzante sottende anche i racconti compresi in Attenti al Cane. Storie di Ordinaria Fobia, dove a farla da padrone è una sci-fi sopra le righe, che fonde il dinamismo delle tavole di un fumetto con lo spirito del più sardonico Douglas Adams.
Due libri che rappresentano due veri e propri UFO nel panorama italiano, come d'altro canto è la figura straordinaria del loro autore.
In Buffo Come?, pur se il personaggio è ispirato al violento Tommy De Vito di quei Bravi Ragazzi di Martin Scorsese, il principio creativo non è dissimile da quello che Quentin Tarantino ha adottato per la scrittura de Le Iene: lasciarsi cogliere, rapire, dall'intuizione, anche la più stramba e inconsueta, e lasciarsene guidare. Sei d'accordo?
Sì, il meccanismo creativo è simile a quello che citi. Partendo da un'idea di base, lascio che sia l'irruenza del personaggio a determinare gli eventi. Il gangster dipinto da Scorsese non ha paura di nulla e non si fa nessuno scrupolo per ottenere quello che vuole. Cammina dritto, verso il suo obiettivo, senza mai deviare, calpestando fiori, merde di cane o esseri umani indistintamente. Senza battere ciglio. Mi interessava parlare di un tipo del genere per due motivi: uno stilistico, in quanto Joe è un personaggio completo e offre molti spunti per creare situazioni letterarie paradossali ma comunque avvincenti, sia divertenti che tragiche e terrificanti. L'altro motivo per cui racconto storie con protagonista il nostro “bravo ragazzo” è che rappresenta quel tipo di persona di cui noi tutti siamo vittime. Dal capo ufficio al boss mafioso, dal vicino di casa al capo di stato; sono individui di questo tipo che incidono sui nostri destini. È questo tipo di atteggiamento che governa il mondo e incide sulle nostre vite. Il tuo estro è incontenibile, così verso la fine di questo tuo libro spiazzi completamente il lettore virando verso territori del tutto anomali rispetto al materiale di partenza. Ha un senso per te la differenza tra generi? E con quanta naturalezza sei riuscito a inquinare l'humus del gangster movie con l'horror più truculento?
Mi piace la letteratura di genere. E mi piace ancora di più quando i generi si contaminano. Quando scrivo non voglio pormi dei confini stilistici, ma mettermi, idealmente davanti i vari generi, come nella tavolozza del pittore (perdonami la metafora stantia, ma sai, è deformazione professionale) e attingere da uno o dall'altro mescolandoli a seconda dell'idea che voglio esprimere. Dunque, per quel che mi riguarda, la differenza tra i generi ha senso proprio nel fatto di poter accostarli creando tonalità nuove. Mi sentirei meno disinvolto a mantenere il registro canonico, il colore puro (insistendo vergognosamente nella metafora cromatica).
Un elemento che attrae l'attenzione nei tuoi racconti è l'invenzione linguistica. Che siano lo slang italoamericano dei malavitosi o i nomi strampalati dei cittadini alieni, si nota un gusto particolare per la parola e l'effetto che da sola riesce a scatenare, dal riso allo straniamento.
Vero. Sono molto interessato al modo in cui la scrittura segue da vicino il carattere dei personaggi e come tenti di adattarsi ai loro modi di esprimersi e di essere. Mi piace fare la ricerca dei nomi, delle imprecazioni, delle battute di un dato ambiente. Quando scrivo i dialoghi cerco di renderli credibili anche nelle situazioni più paradossali. Cerco quindi di capire cosa potrebbe dire un certo tipo di personaggio in quel momento. Se uso dialetti o slang faccio una verifica con madrelingua o persone di un dato ambiente. Anche nelle descrizioni degli ambienti o nella scelta dei paragoni e delle metafore, cerco di adeguare tutto ai personaggi, alle situazioni e alle emozioni che voglio raccontare.
Specialmente nei racconti di Attenti al Cane, nel folle susseguirsi di situazioni così bizzarre vissute da personaggi mutuati dai più diversi ambiti immaginifici, sembra possibile ravvisare una forte analogia con la tua opera pittorica e illustrativa di un certo periodo, quello in cui realizzavi tableaux vivants che ospitavano creature e icone della pop culture.
Hai colto nel segno. Così come quei quadri volevano essere campionari di varia umanità, foto di gruppo delle più disparate distorsioni umane, allo stesso modo questa raccolta di racconti vuole essere un insieme di aneddoti ed episodi riguardanti le devianze dell'uomo. Mi interessa rappresentare la coesistenza degli aspetti contrastanti dell'esistenza. Come si può notare in altri disegni e dipinti del passato ispirati alle immagini pubblicitarie anni '50 e '60, dove i
personaggi, in perenne stato di grazia consumista, convivono in armonia con le più orribili nefandezze. In uno dei tuoi racconti uno dei personaggi è un alieno che per compiere la sua missione - distruggere il pianeta terra - prende le fattezze di un umano. Il suo cruccio è quello di doversi confrontare con gli umori e le secrezioni a cui il nostro organismo è soggetto, e così si abbandona senza pudore alle funzioni corporali. Oltre che ironia c'è in questo racconto tanto cinismo: siamo davvero delle creature tanto ributtanti?
Sì, siamo davvero ributtanti. E la cosa davvero buffa è che nel disperato tentativo di migliorarci stiamo diventando sempre più mostruosi. Pratico il Thai Chi Chuan e devo necessariamente frequentare gli spogliatoi di una palestra. Ti assicuro, è come entrare nella galleria degli orrori! Ho dovuto rimuovere l'antenna dal tetto perché non reggevo la vista di quei mostri generati da bisturi e pistole di silicone che esibiscono in TV (e tieni presente che sono un appassionato di horror e fantascienza). Ma quello che è davvero importante, nella storia che citi, è che l'essere umano è prima di tutto un mostro dentro. Per questo l'alieno riceve l'incarico di eliminarci. Perché non abbiamo superato il test.
Come si può cogliere anche in altri racconti della stessa raccolta, la mia opinione è che l'umanità sia una minaccia per l'intero universo.
Tu sei l'ideatore di un concetto pittorico molto suggestivo: l'Intrusionismo. Vuoi parlarci dell'origine di questa idea e in quali modi vai declinandola?
L'Intrusionismo è una sorta di omaggio/sberleffo nei confronti dell'arte. Si tratta di una serie di lavori legati da un concept che tento di riassumere in breve. Un autore di fumetti, Steve Raft, è in continuo spostamento nello spazio-tempo per tentare di fermare Baby Burger, un personaggio da lui ideato, evaso da una tavola disegnata per intrufolarsi e combinare guai nella storia dell'arte. Raft mette insieme una squadra di recupero capeggiata da Superbaby ed esegue una serie di rappresentazioni nel tentativo di immortalare la cattura del piccolo criminale. Privo di giudizio critico o di qualsivoglia parametro, l'irriverente personaggio fa incursioni a casaccio nella storia dell'arte. Possiamo trovarlo a dipingere i baffi alla Gioconda o a dare il colpo di grazia ad un'anonima pittura morta di un pittore della domenica. Purtroppo questo zig-zag spazio-temporal-stilistico rende difficoltosa la caccia e i nostri eroi arrivano sempre troppo tardi. L'intruso Baby Burger riesce sempre a compiere la sua malefatta. Strano a dirsi ma anche in una forma di rappresentazione tanto anomala e bizzarra traspare un messaggio morale, una sconfortante metafora della realtà: il male trionfa sempre.
Nel corso della tua decennale produzione, oltre che cambiare spesso pelle e stile hai concepito numerose realtà produttive e distributive per far fronte alle maglie dell'establishment. Ci illustri alcune tappe fondamentali di questo affascinante percorso?
Quando iniziai a fare fumetti nei primi anni '90 non era certo un buon momento per l'editoria italiana del settore. Tramontata la stagione d'oro di Frigidaire e affini, non c'erano molti altri contenitori editoriali disposti a ospitare certe produzioni, diciamo così, poco digeribili. Disegnare Tex o Topolino non era la mia aspirazione. Non restava che arrangiarsi. Con la collaborazione di altri autori vicentini, tra cui Dast e Jack Rapid (Mauro Chiarotto), nel 94 nacque la Delirio Communication che produsse dal 1995 al 1997 le fanzine Delirio, Psiconauta 1 e 2, Zattera Distorsioni, Baby Burger & Fast Dog. Ci occupavamo anche della distribuzione in centri sociali, centri culturali e poche illuminate librerie. Ma dover fare tutto da soli alla lunga stanca. Fortunatamente quelle autoproduzioni sono servite a far girare il materiale, farci conoscere e innescare una serie di contatti che ci hanno portato a collaborare e pubblicare con realtà più organizzate in Italia e all'estero.
Anche il modo in cui sono stati date alle stampe questi tuoi due libri trascendono dai normali canali produttivi. Ci racconti come hanno visto la luce?
Tempo fa ho provato a inviare i racconti a vari editori, ma pur avendo ricevuto giudizi anche favorevoli sul materiale ho constatato che, tendenzialmente, l'editoria italiana non edita raccolte di racconti di autori non conosciuti. Invece più volte mi è stato fatto invito di proporre un romanzo. Dunque, in attesa di trovare il tempo di scrivere il romanzo, ho cercato un'alternativa per far conoscere in qualche modo i miei scritti. Sono venuto a conoscenza del sito il miolibro.it dove si possono stampare i propri libri in quante copie si vuole, senza nessun tipo di selezione o censura, naturalmente sotto la propria responsabilità. Inoltre il libro rimane in vendita nella vetrina del sito.
Cos'è la Deliriohouse?
Era il nome della mia abitazione/studio precedente, nonché la sede illegale della casa editrice delle autoproduzioni sopra citate. Attualmente è un sito internet. Il contenitore della mia schizofrenia. L'armadio dove ripongo le varie pelli delle mie attività creative. La casa di cura dove cerco di far convivere le personalità multiple che si contendono il mio corpo/involucro.
Commenti (5)
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canada goose jackets ha scritto: 2011-12-20 08:33:37
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