Guy Ritchie conferma il suo stile e ritrae la sua Londra criminale. Ci si può appassionare a patto di non prenderlo sul serio...
Musica. Ritmo sincopato. Londra. Non solo: RocknRolla è anche piccola criminalità organizzata, corruzione, e gangster vecchia scuola. Il tutto condito da una dose di fascino femminile non eccessiva. Ce n’è abbastanza perché la telecamera ammicchi allo spettatore e lo convinca a giocare a Monopoli con l’edilizia di Londra senza neanche chiedergli da che parte stare: se con Lenny Cole (un credibile Tom Wilkinson) il grande capo, o con il Mucchio Selvaggio, truffatori di piccolo calibro che hanno deciso di puntare in alto. In fondo a volte ciò che importa è divertirsi. E tanti saluti alla morale comune perché, anche se un fondo di verità esiste, quella che scorre sullo schermo ha più la leggerezza della pantomima che la crudezza della denuncia sociale. Sembra scontato che nessuno si farà male, o almeno non sul serio. E questo perché Guy Ritchie ha sempre rispettato un suo paradigma con pellicole sulla malavita che, concedetemi il paragone, sono come le patatine fritte: tutti sanno perfettamente che l’alta cucina è un’altra cosa, eppure è impossibile negare che abbiano un loro fascino scanzonato.
Infatti gli ingredienti che aspettavamo ci sono tutti, compresa la voce narrante intrusiva e quella dose di ironia a cui si resiste raramente. E poi c’è la trama, intricata, avvincente, con quei tipici salti in cui la mancata coincidenza tra tempo della storia e tempo del racconto crea suspance, coinvolgimento e lascia presagire l’arrivo di qualche colpo di scena che, puntuale, riuscirà a sorprenderci.
Eppure questa volta c’è qualcosa di diverso: il buio della pellicola tenta di essere più oscuro del solito mostrandoci, a intervalli, un ragazzo nella nebbia del fumo e del degrado del suo squallido appartamento e della sua squallida vita con un uso dell’immagine che non riesce a fare a meno di salire in cattedra e giudicare. Non a caso la pellicola comincia a rallentare e non è affatto perché gli attori sono entrati in scena tutti e la vicenda si fa complessa, ma perché da lassù, dall’alto della sua macchina da presa e della sua penna da sceneggiatore, c’è qualcuno che punta il dito.
Non stavamo semplicemente giocando?
A questo punto a tenerci ben saldi sulla poltroncina c’è solo il cast che è davvero irresistibile: facce giuste nel ruolo giusto; è quasi un piacere che questa rivalsa della morale a tutti i costi ci costringa a guardarli un po’ più a lungo. Poi, dato che lo spirito ludico è ben più forte di un perbenismo improvvisato, il piede spinge di nuovo sull’acceleratore, si tifa per i buoni (che non sono propriamente degli angeli) e si temono i cattivi, si assiste alla girandola e alle mille peripezie di un quadro, si dà il cinque al destino beffardo per averci strappato un sorriso ancora una volta. Per fortuna la giostra è ripartita e chi voleva salire in cattedra ha preso di nuovo coscienza che da un film, a differenza che dalle favole di Perrault, non ci si aspetta sempre di imparare qualcosa.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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