What just happened? - Storie amare dal fronte di Hollywood
di Valeria Roscioni
Il libro da cui è stato tratto il film Disastro a Hollywood è una letttura intrisa di sarcasmo e verità, a patto che si faccia lo sforzo di seguirla
Essere autoreferenziali di solito non è una qualità. Specialmente se si è uno scrittore. Rivolgersi agli altri non mettendoli in grado di capire è, quantomeno, scortese. Bene, da questo punto di vista, Art Linson, nelle prime decine di pagine, è davvero molto scortese, quasi irritante. Le parole catapultano il lettore in uno scenario di cui, se si esclude la patina dorata che scintilla da lontano, non sa un bel niente: Hollywood. D’improvviso ci si ritrova in un Caffè di Malibù con Art che racconta in prima persona il suo incontro con un certo Jerry, intuitivamente una delle ultime vittime dello show business, o, per dirla adeguandosi allo stile di questo libro, dello “showbiz”. I due sono in competizione tra loro, vittime di una sorta di naturale rivalità mista a disprezzo e compassione, anche se in fondo sanno che il sistema delle major ha usato e gettato via entrambi senza neanche fare attenzione alla raccolta differenziata.
Ma da bravo produttore (tra i suoi maggiori successi ricordiamo Gli intoccabili, S.O.S. Fantasmi e Fight Club), Art Linson sa come risvegliare un interesse, e il racconto delle sue sventure alla Fox sottende una rete che finisce con il costringere a proseguire la lettura. E proseguendo diventa sempre più fitta la giungla di nomi e di fatti tra i quali è complicato districarsi. Ormai, però, la curiosità è desta e con essa il desiderio di ampliare le proprie conoscenze. Per questo consigliamo di leggere almeno i primi capitoli accanto al computer, collegati a internet con l’home page di IMDB aperta di fronte a voi. Per fugare ogni dubbio e godervi la storia. Una storia che vale la pena di leggere, tra l’altro.
Solo un produttore poteva descrivere così crudamente come nasce un film menzionando ogni fase: l’ideazione, la stesura del copione, la ricerca del regista e del cast, le riprese, il piano marketing, la distribuzione e, ovviamente, l’altalena di nomi, capricci e pareri discordanti che tutto questo comporta. Si legge nei capitoli finali: “Ecco un racconto amaro. Dove la vanità e l’avarizia prendono il sopravvento su qualsiasi principio di produzione, al punto che è un miracolo che io sia riuscito a tirarmene fuori, e che adesso sia qui a parlarvene”. Viene voglia di non andare al cinema mai più. Di dedicarsi al curling, all’uncinetto o a dipingere paesaggi. Anche il mercoledì, quando il cinema costa meno. Tutto questo sarebbe vero se una sottile e pungente ironia nera con una netta tendenza al cinismo non pervadesse ogni riga. I dietro le quinte delle diverse pellicole scorrono di fronte ai nostri occhi ripetendo schemi insensati e formali, ma riuscendo a nascondere ogni volta un’insidia diversa: irresistibile veder sfilare grandi nomi come Alec Baldwin, Antony Hopkins, Angelina Jolie, e, soprattutto, Robert "Bobby" De Niro. Uno spasso.
Lo stile asciutto e minimale rende la narrazione efficace e irresistibile. Probabilmente la maggior parte di noi non diventerà un produttore, e continuerà ad andare al cinema o a guardare DVD sul divano di casa sua. Ma lo sguardo con cui ciò accadrà sarà smaliziato, ammiccante. Impossibile rimanere gli stessi.
Commenti (1)
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fdg ha scritto: 2012-03-01 13:49:12
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