Una New York opprimente ma mai del tutto tetra si fa personaggio di un racconto che immortala un'umanità che non è in grado di essere felice
La New York di Two Lovers appare dolente, plumbea, ispirata da stagioni melanconiche dove gli amori, così come i rapporti familiari, si fanno ossessivi e assillanti, sconvolti dalle pallide luci prigioniere di un’oscurità dell’anima, e si dissolvono in una pena mai rimossa. La macchina da presa attraversa le strade notturne e lo sguardo si perde tra i vicoli bui, dove si rintana la piccola borghesia americana (di origini ebraiche), abbarbicata nella banalità del quotidiano tra gli esercizi da mandare avanti nel rispetto delle tradizioni.
Cala la luna sul quartiere di Brooklyn e assieme al suo pallido riflesso si stagliano figure intere, prospettive, occhi perduti lontano, a inseguire qualche chimera o più semplicemente un’abbacinante illusione. Una finestra affacciata sul mondo diventa lo scampolo per proiettare nell’anima triste di chi la osserva quel senso di fuga e libertà troppo spesso represso e per troppo tempo taciuto. Un tonfo in fondo al cuore in apnea, calato a picco come il corpo senza gravità e speranza di un folle Amleto contemporaneo, vittima di crudeli sentimenti custoditi nei ricordi perduti di vecchie fotografie in bianco e nero.
La musica divisa tra arie profonde e struggenti dell’opera lirica e la disco, intrappolata in qualche fragoroso locale distante chilometri da casa, sembra fondersi in un’unica linea emotiva con i suoni naturali, tanto da riuscire quasi a udire tra i tetti il vento urlare.
James Gray, uno dei registi più interessanti e maturi della sua generazione, capace di rivestire i generi con eleganza (il livido gangster movie di Lille Odessa, il malsano noir di The Yards e il poliziesco affogato da lacrime e rabbia de I padroni della notte) torna al cinema rispecchiandosi più del solito nella crepuscolare terra natale, virata nei toni gelidi di un personaggio aggiunto. La città americana perde le tinte fosche degli esordi e conserva un fascino a dir poco misterioso, smarrito in certe notti bianche, come il titolo del celebre racconto di Fedor Dostoevskij al quale l’autore pare essersi ispirato.
Il film narra la storia di Leonard, un sognatore come il protagonista della novella del maestro russo, in cerca del vero amore dopo essere stato restituito dal destino alla vita. L’incontro con Sandra, timida e indifesa, e Michelle, donna indipendente, sua dirimpettaia, dalla situazione sentimentale altrettanto complessa, getteranno l'uomo in un vortice di passioni a seguito delle quali conoscerà l’amaro risvolto della beffarda esistenza.
Il cast è ispirato, a cominciare dall’attore feticcio Joaquin Phoenix, nell’ennesimo ruolo da soggetto interrotto, intento nel regalare allo spettatore un ultimo sguardo in macchina davvero folgorante che vale molto di più di tante futili parole; ha ragione Gray quando paragona la performance di Phoenix al migliore Montgomery Clift. Convincenti anche le due partner, in special modo Gwyneth Paltrow nei panni dell’inquieta Michelle (l’attrice inglese da Se7ven a qui sembra proprio non avere esaurito l’insofferenza verso il rumore bianco della metropoli), ma anche Vinessa Shaw in quelli di Sandra. Nota di merito anche per Isabella Rossellini alle prese con una figura materna a tutto tondo, intensa e commovente in una delle migliori sequenze della pellicola.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (1)
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clarks ha scritto: 2012-03-01 14:00:34
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