Reality slide-show? La fotografia multimediale secondo National Geographic
di Daniele Federico
Il leopardo delle nevi è un felino feroce e meraviglioso, ma è anche una delle specie più elusive tra i mammiferi. Steve Winter lo ha fotografato da vicinissimo. Scopriamo come
A dimostrazione di come la fotografia stia diventando un ambito ben più versatile di quanto non ci si possa aspettare, il fotografo Steve Winter e National Geographic hanno creato un reportage sul leopardo delle nevi dell’Asia centrale con il quale il fotografo americano ha vinto il prestigioso primo premio Wildlife photographer of the year e il Gerald Durrell award for endangered wildlife, inoltre il progetto multimediale, oggetto della nostra recensione, ha da poco ricevuto la nomination ai Webby Awards per la sezione: Documentary: Individual story.
Come si è riusciti a raggiungere questo risultato? Piazzando delle trappole fotografiche. Semplice? Sì, ma solo a parole.
Steve Winter ha passato dieci mesi nel nord dell’India e in Pakistan e raccogliendo più di 30.000 immagini per catturare l’elusivo leopardo delle nevi. In uno dei periodi più burrascosi per il settore editoriale, rivoluzionato da crisi interne, crisi internazionali e crisi new-tecnologiche, National Geographic dimostra di aver preso la faccenda di petto e di abbracciare tanto le tecniche del giornalismo multimediale, quanto l’orizzontalità dei contenuti. Ecco perché, giustamente e doverosamente, sta promuovendo e mettendo a disposizione di una platea sempre crescente gli splendidi lavori del suo eccezionale staff di fotografi.
Il reportage di Steve Winter viene proposto in diverse forme a cominciare da Searching for the Snow Leopard, ovvero il breve documentario suddiviso in tre minicapitoli. In questo caso la forma del cortometraggio, montato con le immagini e le testimonianze video, diventa il backstage del lavoro di Winter: l’attacco è veloce, adatto a un racconto che seleziona soltanto gli argomenti e le fotografie più interessanti e dense di interesse; soprattutto nello svelare il lavoro del fotografo naturalista, come l’incredibile carico di 33 valige disposizione di Steve Winter, uno dei pochi reporter con la possibilità di avere dalla sua una simile organizzazione, know-how ed esperienza; o come l’immagine della hostess, durante il volo Delhi – Leh, vestita con abiti tradizionali indiani. Poi le difficolta del viaggio, tra i sentieri tortuosi di montagna; l’abbandono dei mezzi motorizzati per passare ai muli; la ricerca delle migliori location con l’aiuto degli abitanti locali, grazie alla conoscenza dei quali la troupe è stata in grado di piazzare le 14 trappole fotografiche.
L’uso di questi dispositivi ci dà risultati affascinanti e permettono di vedere delle immagini con una chiarezza e una evidente sensazione d’intrusione nell’intimità della natura selvaggia. L’animale, grazie alla cura con cui sono state preparate le luci dei singoli set, ci appare con uno stile inedito per le foto naturalistiche: il leopardo è perfettamente inserito nel proprio ambiente naturale, ma con un set fotografico pronto a immortalarlo, lo stile finale risulta molto simile a quello di un’immagine pubblicitaria, uno stile patinato. Ma nel nostro cervello si attiva un altro richiamo, ci vengono in mente i diorami, il che porta a una riflessione del tutto interessante: la fotografia che è nata come traccia del vero, nei decenni perde questa proprietà e il reportage di Winter ci stupisce perché sembrano scene ricostruite, ma sono vere. Solo perché ce lo dice la didascalia.
In certi scatti il leopardo è assolutamente in posa, addirittura guarda in camera. La ragione sta nel fatto che Steve Winter ha impostato le sue “trappole” in modo che ogni volta partisse una raffica di scatti, cosa che attirava l’animale facendolo girare verso la fonte del rumore. Così il leopardo appare non solo perfettamente in posa, ma anche a suo agio, mentre si mostra, inconsapevolmente, in un momento d’intimità.
Il reportage di Steve Winter ha una certa analogia con il genere televisivo del reality show.
National Geographic è soprattutto un magazine, l’articolo Out of the Shadows descrive un esperienza straordinaria, poetica, umana e appassionante.
“La sua coda, la più affascinante nella famiglia dei felini, è quasi lunga e così spessa e mobile che sembra come se il felino fosse seguito da un soffice pitone. Il leopardo delle nevi a volte usa la sua coda per inviare segnali nel corso di incontri sociali o per coprirsi come una sciarpa quando ci si protegge dal freddo più duro. Ma la funzione principale di questi peli è quella di bilanciarsi in un ambiente con migliaia di piedi di caduta.”
Dopo averci mostrato da vicino il suo gattone preferito, le immagini proseguono parlandoci anche delle persone che ruotano attorno a questa specie, del rispetto nella preghiera di un monaco buddista, dei ricercatori che studiano la vita del felino.
“Puoi passare mesi interi tra le montagne senza vedere il leopardo delle nevi e neppure il benché minimo segno di esso. Ma io lo riesco a sentire quando è nelle vicinanze.”
Il ricercatore Tom McCarthy
Tutto questo per arrivare a una delle mission fondamentali di National Geographic, ovvero la salvaguardia del territorio e delle specie viventi. Infatti, ma tanto ce l’aspettavamo fin dall’inizio, il leopardo delle nevi, questo meraviglioso animale, è in pericolo. Sono molte le minacce, ma un raggio di speranza è rappresentato dal programma di vaccinazioni rivolto alle greggi degli allevatori, un aiuto che convince queste popolazioni a mettere da parte il fucile, quando un leopardo cattura delle pecore. Quindi si passa al link che spinge ad attivarsi in difesa del leopardo delle nevi. “Save the Cats” non sarà esattamente come salvare la cheerleader, ma è bello vedere che ci persone che mettono la loro grande professionalità al servizio di queste cause. Anche da noi esistono finanziamenti per rimborsare gli allevatori dalla perdita di capi causata dai lupi, il principio è lo stesso: si dà una mano agli allevatori perché smettano di considerare il leopardo come una minaccia.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (1)
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dsfdsf ha scritto: 2012-03-01 14:13:28
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