Isabelle Coixet lavora per la prima volta su commissione. E si vede: una delle novelle meno riuscite di Roth diventa uno dei peggiori film della cineasta catalana
Verona dei miracoli. Il suo budget precipita (da 400.000 a 70.000 euro!), la sua qualità no. E così, alla sua 13^ edizione, Schermi d’amore si è ritrovato l’anteprima italiana di Elegy (già titolo reinventato rispetto a L’animale morente di Philip Roth da cui tratto e nella nostra penisola divenuto, ahinoi, Lezioni d’amore) accompagnato dalla regista Isabelle Coixet, fresca di selezione al concorso di Cannes 2009. E, per inciso, si regala anche un concorso di opere di medio-alta qualità. Ma il fiore all’occhiello, va detto, risulta un po’ appassito.
Isabelle Coixet, che è donna dal grande talento registico, col gusto del racconto empatico ed enfatico, ha una carriera interessante, per la capacità di condurre gli attori e i sentimenti degli spettatori in terre di nessuno emozionanti.
Dal discontinuo ed eccentrico (e meno riuscito) Le cose che non ti ho detto, all’intenso La mia vita senza di te, forse il suo capolavoro l’ha scritto con La vita segreta delle parole, amore impossibile, cieco e ferito, su una piattaforma petrolifera, pellicola a cui è affidata uno dei dialoghi d’amore più belli della storia del cinema (Sarah Polley: “Vattene, un giorno comincerò a piangere e non smetterò più”. Tim Robbins, goffo e commosso: “Imparerò a nuotare”). Portatrice sana di melodrammi sentimentali, con premesse o postfazioni tragiche (dallo stupro alla tortura, passando per la malattia, non si fa mancar nulla), sa colpire al cuore e al cervello senza ricattarli, usa la macchina da presa con gentile decisione, sempre attenta ad accarezzare i suoi protagonisti, incalzandoli. E la Coixet il pregio di conoscere davvero “la vita segreta delle parole” ce l’ha eccome, le sceneggiature della sua cinematografia sono fiumi in piena di parlato, in alcuni casi fisicamente le parole stesse escono fuori dallo schermo; contrariamente a molto cinema d’autore lei riempie di dialoghi l’immagine, la invade, invece di tendere al contrario, all’afonia pittorica. Un pregio che facilmente può divenire difetto, una prolissità che può rendere grande un film o demolirlo inesorabilmente, come un purosangue che scatta al galoppo e ha bisogno di redini ben salde e di un fantino che non se lo lasci scappare. Ma che la nostra cineasta monti un cavallo non suo (il lavoro è su commissione, la produzione l’ha proposto a Penelope Cruz e lei ha voluto, per accettare, solo Isabelle come regista) è evidente fin da subito.
Ben Kingsley è un professore-satiro (di quei personaggi tagliati con l’accetta che tanto piacciono a Philiph Roth quando non è illuminato da capacità quasi soprannaturali, come in American pastoral), un uomo che sa percorrere la letteratura con la sensibilità con cui descrive un corpo femminile, è che da molto è invecchiato alla Guccini, “senza maturità”. Sir Ben si innamora di una studentessa stupenda (Penelope Cruz, appunto) e di qui percorriamo un amore bello e possibile, nonostante la trentennale differenza d’età, e per questo spaventoso per il vecchio e doloroso per la giovane. Si allontaneranno, si riavvicineranno, si strapperanno la felicità a vicenda, finché la vita non deciderà per loro.
Isabelle Coixet cerca di nobilitare questo romanzetto d’appendice (la sceneggiatura così ha ridotto il racconto) ma non si eleva mai oltre le belle performance dei protagonisti, non le riempie come sa, le incastra in una banalità che non meritano, persino negli inusuali nudi della Cruz (inconsueti per Isabelle, non certo per la disinibita Penelope). Riesce, forse, a “sfogarsi” solo con Dennis Hopper: poeta, collega e amico di Kingsley, è comprimario, spalla, voce della coscienza. Fino alla sua scena madre, un piccolo gioiello di dolente bravura.
Troppo poco, una grande artista non può far la ritrattista da salotto buono. Da lei vogliamo affreschi, non ci basta qualche schizzo.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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