Dopo la vittoria cubana, la disfatta boliviana. Perché il vero rivoluzionario è incompreso. Soderbergh continua con il suo biopic kieslowskiano
Arriva il 1° maggio il secondo capitolo del Che. Tra questo e il primo, c’è stato di mezzo il 25 aprile. Non si può dire che Bim, distributrice italiana del film sul guerrigliero più famoso della storia moderna, non abbia scelto con cura le date di uscita di uno dei film più sorprendenti e apparentemente indecifrabili della scorsa edizione del Festival di Cannes. Che - Guerrilla è l’altra faccia della medaglia della rivoluzione, dell’insurrezione contro il tiranno e il sistema, contro il pensiero unico e il capitalismo golpista. È Ernesto Guevara, medico e guerriero, che lascia oneri e onori cubani, dove ormai è mito e icona, per tornare a combattere (la divisa, come Fidel, non l’aveva mai dismessa). Forse, e qualcosa nel film si intuisce, per incapacità di costruire e per irrequietezza naturale, perché si sentiva uomo d’azione che poteva e doveva lottare, per poi lasciare ad altri la responsabilità della ricostruzione, della teoria e dell’idealismo applicati alla prassi (o, e forse questo lo riportò sul campo, lo scoprire che la politica è esattamente il contrario). Angola e Bolivia, i fallimenti e la morte, l'esecuzione in cui la Cia e gli Usa erano mandanti e i lacchè boliviani meri esecutori. Soderbergh rispolvera il Diario in Bolivia del Comandante e lo riporta su pellicola, con lo stesso kieslowskiano rigore del primo capitolo, solo che la quotidianità della rivoluzione qui diviene racconto dell’incomprensione costante, e forse inevitabile, di chi si erge a salvatore, esempio, avanguardia. I salvati sono per natura diffidenti, e qui pare quasi naif, inadeguato, un uomo che si scopre sconfitto in partenza dalla propria etica. “Costretto” dalla sua Idea - e forse dal suo personaggio, visto che sulla Sierra si era comportato, a volte, in modo diverso - a essere coerente e a rilasciare prigionieri nemici dopo aver spiegato la ragione della rivoluzione che lui stava combattendo per il loro paese. Battuto dal paradosso che era diventato, eroe di due mondi forse non ancora pronti. Che Guevara qui si fa Cristo rosso e ribelle, cosciente dei tradimenti che lo aspettano, dedito al sacrificio massimo rappresentato da quell’imboscata che forse avrebbe potuto evitare. Forse voleva una morte politica all’Allende, forse voleva salvare i compagni, forse, come detto, aveva scoperto che l’atto più bolivarista e rivoluzionario che potesse fare era offrire la sua morte per riunire il fronte di liberazione dai tiranni, a partire dal suo Sud America e da una continentalizzazione della lotta.
Soderbergh si fa quindi Kieslowski, decide, scelta estrema (alla Guevara, appunto) di regalarci la fine del guerriero, l’esecuzione, dalla sua soggettiva. Se ne L’argentino c’era la quotidianità della rivoluzione, la sua normalità e i suoi spigoli, qui troviamo un’altra quotidianità, quella squallida e infame della sopraffazione, della colonizzazione militare, economica, ricattatoria che gli americani hanno fatto divenire elemento fondante della loro politica estera. Soderbergh diventa ancora più radicalmente secco, lo stile documentaristico è ancora più pronunciato, la fotografia è tagliente, essenziale ma comunque dettagliatissima. E Benicio Del Toro corona la sua già sontuosa interpretazione con il declino e la morte, con una pennellata di dolore, paura (per sé e per la rivoluzione), incosciente coraggio, amore profondo per gli uomini e la loro ricerca della felicità.
Vorremmo, usando e parafrasando Guevara, 10, 100, 1000 di questi film. Sul Comandante, così come su Salvador Allende o Thomas Sankara. In questo maledetto mondo che ha bisogno di eroi, conoscerli davvero potrebbe davvero aiutarci a crearne, trovarne uno migliore, diverso e possibile. Tu mano gloriosa y fuerte sobre la historia dispara… hasta siempre, Comandante.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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