J.J. Abrams riesce nell’epocale impresa di reinventare la saga stellare creata da Gene Roddenberry, portando sullo schermo una sontuosa opera d’intrattenimento, divertente ed emozionante
Ci sono delle cose che non dovrebbero essere toccate, si usa dire parlando di icone, leggende, miti e via discorrendo. Per milioni di persone in giro per il mondo Star Trek rientra in questa categoria e ovviamente parliamo della prima serie televisiva, quella andata in onda tra il 1966 e il 1969 per un totale di settantanove, indimenticabili episodi. Le avventure del capitano Kirk e dell’equipaggio della nave spaziale Enterprise, giunta lì dove nessuno mai, sono diventate nel corso degli anni vero e proprio oggetto di studio, ispirando addirittura trattati scientifici, filosofici e sociologici e facendo di Gene Roddenberry, creatore della saga, un mito dell’immaginario fantastico.
Avendo chi scrive visto più e più volte ogni singolo episodio della serie originale e della successiva Star Trek: The Next Generation, mi sono permesso di fare questa introduzione per coloro, e sono in tanti, che non ne hanno mai visto nemmeno una puntata o uno spezzone dei dieci film realizzati dal 1979 a oggi. Proprio a queste persone ha pensato quel geniaccio di J.J. Abrams quando la Paramount ha deciso che era arrivato il momento di rivitalizzare una saga che viveva ormai dal punto di vista commerciale solo sugli scaffali delle sezioni dvd dei megastore.
Non essendo un particolare fan di Spock e compagnia, il creatore di Lost ha preferito un approccio completamente nuovo, ripartendo da zero e anche prima e raccontando la giovinezza dei personaggi originali, prendendosi delle coraggiose licenze, favorendo un pubblico completamente nuovo, composto dal target perfetto dei moviegoers abituali, i giovani dai quattordici ai venticinque anni, rispettando però anche alcuni elementi fondamentali della tradizione, per non scontentare i trekkies più intransigenti.
Fatta questa lunga premessa, possiamo dire che Star Trek è un film che centra tutti gli obiettivi, resuscitando un’epica che già da tempo stava segnando il passo e che proprio nella sua ultima serie ufficiale, Star Trek: Enterprise, aveva giocato la carta del prequel, andando addirittura ancora più indietro nel tempo, fino all'alba della federazione stellare. Abrams preferisce invece raccontare le secret origins dei personaggi, mettendo in mostra i muscoli e facendo capire che è sua intenzione lasciare un segno del suo passaggio, dando al racconto un’impronta fumettistica e molto giovanile, mescolando i generi con intelligenza ed equilibrio. Star Trek è un teen movie, come a suo modo lo era Starship Troopers di Paul Verhoeven, con una gran dose d’ironia e un gusto cinefilo che non si fa scrupoli di citare a piene mani da Guerre stellari (L’impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi, tanto per essere precisi) e addirittura di autocitarsi, facendo inseguire Kirk prima dal fantomatico orso polare dell'isola di Lost e poi da un mostro simile a quello di Cloverfield (dopo aver nominato Slusho in un bar come fosse una bevanda).
Eppure, in tutto questo rimescolamento, l’elemento che esce fuori in maniera dirompente è proprio la forza dello spirito trekkiano, quello composto da un equipaggio di giovani esploratori dello spazio. Il team creativo della Bad Robot, casa di produzione di Abrams e soci, è riuscito in due ore a dare spessore, capacità e anima a tutti i personaggi della plancia di comando dell’Enterprise, da Cechov a Zulu, passando per il Tenente Uhura ai leggendari “Bones” McCoy e Scotty. Kirk e Spock sono due giovani leoni che vedono lo spazio come un’avventura straordinaria, esattamente come nella serie originale, e lo sviluppo della loro infinita amicizia coinvolge ed emoziona. Soprattutto riesce in quest’impresa pensando a un pubblico bisognoso d'essere scosso dal torpore di una quotidianità tutt’altro che sognante e per cui lo spirito di gruppo è un valore sempre più spesso da ribadire. Star Trek funziona sotto questo punto di vista, con lo stesso crescendo emotivo di un film sportivo, ma è anche visivamente sontuoso, dinamico, girato da Abrams con il suo stile, ricco di scene d’azione senza fiato, ritmo frenetico e un’amorevole empatia con i personaggi, spesso abbracciati dall’obiettivo con degli efficaci primissimi piani che esaltano il lato umano di questo giocattolo ipertecnologico.
In tutto questo scenario si muovono degli ottimi giovani interpreti, quasi tutti provenienti da serie televisive di successo, territorio che Abrams conosce bene, e che si calano nei difficili personaggi che vengono loro affidati senza timori reverenziali. Chris Pine è un credibile giovane James Tiberius Kirk, Karl Urban e Simon Pegg reinventano magnificamente i personaggi di McCoy e Scott e soprattutto Zachary Quinto, il malvagio Sylar di Heroes, conferma di essere un attore di valore assoluto da tenere attentamente d’occhio in futuro.
Star Trek è un reboot vincente, e non ce ne vogliano i fan più accaniti della serie se affermiamo che ci interessano poco le incongruenze e le licenze di questo film: la serie originale è lì, è un patrimonio dell’umanità e speriamo che questo nuovo inizio porti orde di ragazzini a riscoprirla e a emozionarsi come succedeva a noi "vecchietti" tanti anni fa.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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