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di Michela Greco


Un film dolce e commovente, ricco visivamente ma meno narrativamente. Insomma una Pixar in tono minore, dopo i capolavori a cui ci aveva abituato

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La Pixar non si discute, si ama. E non a caso quest'anno a celebrarla sono i due festival di cinema più importanti del mondo: Cannes, che gli ha affidato l'apertura con Up, e Venezia, che a settembre consegnerà alla società di John Lasseter il Leone d'Oro alla carriera. Sempre all'avanguardia nella resa tecnologica e visiva dell'animazione 3D (già dai tempi del primo Toy Story), gli uomini Pixar vincono su tutta la linea riuscendo sempre a coniugare delle storie originali, ricche e intelligenti al puro dato tecnico d'eccellenza. Dopo capolavori come Alla ricerca di Nemo, Gli incredibili e Wall-e però, Up – pur essendo un buon film – delude un po'. L'idea è quella del vecchietto Carl (molto somigliante a Spencer Tracy) che ha passato una vita tranquilla accanto a una donna vivace e avventurosa e che, rimasto vedovo, inizia troppo tardi a dar corpo ai tanti sogni che aveva coltivato e mai realizzato con la moglie. Tra un pic-nic e un placido tran tran quotidiano, i due avevano sempre vagheggiato un viaggio alle Cascate del Paradiso, in Sud America, ma le piccole difficoltà di ogni giorno li avevano bloccati. Finché un giorno Carl, che aveva venduto palloncini tutta la vita, non riesce a partire trasformando la casa in una sorta di dirigibile appeso a tanti palloncini colorati. E qui inizia l'avventura, tra cani parlanti, un uccello "immaginario" e coloratissimo e un boy-scout che si era intrufolato nella casa volante e che seguirà il vecchietto fino a diventarne il figlio putativo.
Come sempre quando si tratta della Pixar, Up offre un'avventura estetica affascinante, ma stavolta la storia non è all'altezza delle aspettative. Lineare e abbastanza disneyana (buonismo ed emozioni facili), oltre che non troppo originale (prima di Pete Docter e Bob Peterson, a far volare una casa era stato Miyazaki con Il castello errante di Howl), la trama di Up sfigura se paragonata alla complessità e ai tanti sottotesti di film come Gli incredibili e Wall-e. Ma alcune sequenze, come quella iniziale, che ripercorre la lunga storia d'amore tra Carl e suo moglie Ellie attraverso le immagini della loro bella e semplice vita in comune, valgono tutto il film, lacrimoni di commozione compresi. Peccato per il 3D. Pur avendo dato un tocco di colore all'inaugurazione del festival di Cannes - con il direttore Thierry Frémaux che ha chiesto al pubblico di mettersi in posa con gli occhialini per immortalare il momento storico – la visione tridimensionale è un po' sprecata. Sono poche le scene del film in cui davvero si sente l'effetto degli oggetti e dei protagonisti che "ti piombano addosso" bucando lo schermo.







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