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  • Yes We Can: ecco il pop surrealismo nell’era Obama
di Claudia Catalli


Solidale e trascinante: la narrazione per ritratti in mostra alla Dorothy Circus Gallery

Yes We Can alla Dorothy Circus Gallery

Se non avete mai varcato la soglia della Dorothy Circus Gallery, antro di meraviglie nascosto in quel del Pigneto (non lontano, guarda caso, dal Circolo degli Artisti), affrettatevi. Troverete la galleria che non ci si aspetta (non a Roma, forse neanche in Italia, fatta eccezione per microcosmi magici come il Giardino dei Tarocchi, che però è un’esplosione artistica a cielo aperto): in pochi metri quadrati, mura variopinte, ognuna di forma e colore diversi - lì all black, qui rosso passione, laggiù a pois colorati, in breve ce n’è per tutti i gusti. Se poi sono decorate con opere pop surrealiste, allora l’impatto visivo si fa stordente, estraniante, rapitore.
Greenelvisdi Ron English, courtesy of Dorothy Circus GalleryIl mondo altro in cui siete appena stati catapultati ufficialmente è una mostra, tale Yes We Can, dall’omonimo slogan firmato Obama, di fatto è un viaggio suggestivo all’interno di volti e personaggi ora dark ora evanescenti, dai ritratti di presidenti americani (se vi sembra di vedere un volto a metà fra Obama e Lincoln, niente paura: è solo una delle opere cult di Ron English, considerato da molti il nuovo Warhol) a quelli di registi (R. W. Fassbinder, firmato Francesco Lo Castro).
Una vera e propria “narrazione per ritratti”, così la definisce la curatrice Alexandra Mazzanti, che a trent’anni già gestisce una galleria d’arte delle più interessanti della Capitale e si fa promotrice di talenti internazionali. Sua l’idea di “prendere ispirazione dal Presidente americano per portare nel nostro paese un tocco di entusiasmo, con un’iniziativa positiva”. Positiva non solo in senso artistico, visto che di base c’è la scelta di “donare ad Associazioni quali “Il Colore del grano”, “Millepiedini” e “Armonia” opere del valore dai mille ai duemila euro, da esporre e vendere ai loro desk per scopi benefici”. Sta dunque in questo, il senso di quel “si può fare” del titolo: un tentativo concreto di solidarietà qualcosa, partendo da una mostra, modesta per dimensioni (un totale di venti opere e cinque artisti), ma non per qualità.
North di Ken Keirns, courtesy of Dorothy Circus GalleryIl suo segreto sta probabilmente nell’allestimento, accurato e studiato nel dettaglio, efficace nel colpo d’occhio, soprattutto rispetto alle parti dedicate alle artiste femminili: da Camille Rose Garcia, autrice di creature dark non prive di tenerezza (come la bambola tentacolare Seymoor Squidly), a Kris Lewis che ci fa smarrire in atmosfere funeree e malinconiche (The Funeral), fino a Kein Keirns, che in perfetto stile pop-art piazza una strega in un televisore (The Witch) o una fanciulla con i capelli al vento e lo sguardo inquieto dentro una cornice nera (North).
Vietato tornare nel mondo della razionalità, smarrimento e vertigine sono invece d’obbligo, come pure i riferimenti cinefili che tornano qua e là: se dietro ad occhi cuciti con bottoni balena Coraline (o Coraline ha preso da questi artisti?), chiome vermiglie e pelli candide ricordano le lady-vittime di Profumo, e ancora il pensiero corre verso Tim Burton e le sue fiabe gotiche, per poi fare un salto da settima arte a prima e sfiorare la poetica follia di uno Chagall e dei suoi amanti in fuga. Più avanti, English e Lo Castro mischiano e moltiplicano volti, ma la visione è già satura, non resta che lasciarsi risucchiare definitivamente da quel caleidoscopio di immagini, capaci di spiegare le ali del surrealismo per volare a picco sulla fantasia. Nera o colorata che sia.





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