Abbiamo chiesto all’autore Giuseppe Rado di spiegarci il progetto Faceback e le finalità del suo “work in progress”. Le abbiamo capite? Giudicate voi stessi
Raccontaci il tuo percorso artistico-professionale. Come sei arrivato oggi a realizzare Faceback?
Sicuramente il percorso è variegato: ho seguito studi artistici, ho dipinto, ho esperienze di video maker e da cinque anni a questa parte mi sto concentrando sulla fotografia e in particolare sul ritratto. Ho sempre usato sia l’immagine digitale che quella analogica. E poi i media per me sono tutti abbastanza importanti. In questo momento più che mai, mi occupo anche di rappresentare i media attraverso la fotografia, per questo da un po’ di anni cerco di testimoniare diversi aspetti sia culturali che sociologici. Appunto i social network, nello specifico un fenomeno come facebook.
Questo lavoro si confronta con due tipi di realtà. Non soltanto la fantasia di raccontare delle storie attraverso il mio punto di vista ma anche di indagare le storie degli altri attraverso l’iconografia di questo lavoro.
Ho cercato di ingabbiare le persone che vivono questa realtà virtuale del social network in un contesto che sembra virtuale, infatti al livello visivo le persone hanno comunque i miei occhiali da vista quindi il mio punto di vista, poi hanno la mia maglietta bianca. Tutto in un contesto che sembra irreale, ma che poi è reale.
Se ho ben capito, uno degli scopi del tuo progetto è indagare il cambiamento della percezione identitaria delle persone in seguito alla rivoluzione digitale e tecnologica dei social network. Che legame c’è tra questo obiettivo e il tuo intervento, piuttosto evidente sul soggetto? Si parte dall’autorappresentazione, facebook è autorappresentazione, poi però intervieni in maniera forte.
Io ci metto l’interfaccia. È un’interfaccia in cui vivono le persone: a volte sono personaggi, ma soprattutto sono persone.
Quindi tu fai la funzione del social network, sei il tramite attraverso cui le persone si autorappresentano?
È un cortocircuito: le persone che hanno posato poi tornano dal web a interagire col progetto.
Quelle stesse persone aggiornano la loro immagine con la tua?
Assolutamente.
Probabilmente l’interesse è anche nel vedere quali fra le persone fotografate poi aggiornano il loro facebook con la tua immagine.
Nel 100% dei casi questo è avvenuto.
Quindi questo progetto, cominciato da te fotografando i tuoi amici e aderenti al progetto, in realtà inizia stasera (ndr. L’intervista è stata realizzata poco prima dell’happening in cui ogni visitatore poteva farsi fotografare)?
È già successo che i miei amici reali, durante questa fase si siano fatti fotografare e altre persone che incontravo, non le conoscevo, ma hanno voluto posare e sono diventati miei amici nella realtà. E poi tutti coloro che hanno posato nel mio esperimento hanno poi cambiato la loro immagine con quella prodotta da me. La cosa divertente è che pur mettendo le persone in un’interfaccia: il look, gli occhiali, l’ambiente bianco, ognuno poi conserva il proprio carattere. Non è una maschera, ma uno spazio per rappresentarsi.
Questo s’inserisce bene nel discorso del ritratto fotografico che si può dividere in due tendenze: chi dice che il fotografo deve intervenire il meno possibile, nascondendosi, chi invece interviene apertamente. Tu intervieni: abbiamo lo sfondo bianco, la maglietta, gli occhiali, ok uno fa la faccia, ma pare un po’ poco.
Be’ la faccia è importante, è fondamentale. É come guardarsi negli occhi, ad esempio un momento in cui si comunica molto è nelle pause tra uno scambio di battute e l'altro. È molto sottile, ma è divertente anche per questo. Piccoli caratteri che vengono fuori in un ambiente controllato.
Come vedi la conclusione di questo work in progress?
Non ho pensato a una conclusione del lavoro, nel senso che la giusta conclusione sarebbe che su tutti i social network ci fosse l’immagine...
Tua!
Sarebbe divertente, ma più divertente è capire come questo sottile carattere venga fuori. Non è un modo per esprimere megalomania, ma per sottolineare il carattere individuale.
Faceback - dietro il profilo
Ingresso Pericoloso contemporary art
via Capo D'Africa 46 - 00184 - Roma
Fino a venerdì 3 luglio
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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