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  • Il prigioniero: Io non sono un numero... sono un mito!
di Ilario Pieri


La rivoluzionaria serie degli anni 60, ritrasmessa da Mediaset Premium, ha ancora tantissimo da dire. In particolare a quel JJ che ha scritto Lost...

Patrick McGoohan ne Il prigioniero, 1967

Visioni
Un’assurda immagine s’imprime nello sguardo di chi, sgomento, osserva. Un gigantesco pallone di lattice bianco insegue un fuggitivo alla ricerca dell’agognata libertà, intrappolato in un onirico eden maledetto. La stramba figura ha il compito di reprimere, con la forza, qualsiasi forma di ribellione insita nell’uomo e di soffocare con la violenza ogni moto sovversivo, in seno al totalitaristico regno.
Qui la libertà dell’individuo è tenuta in catene dalla costante presenza di grandi occhi orwelliani puntati su ciascun abitante: l’essere umano è un numero e sono proibite tanto le domande quanto le risposte, poiché come recita la massima vigente: “le domande sono un peso per gli altri, le risposte una prigione per noi stessi”.

Luoghi
In un’immensa villa in stile neopalladiano, ricca di giardini, fontane e scalinate in marmo domina l’autorità costituita, un centro di controllo con telecamere all’interno delle imponenti statue, quali decori di spazi surreali, alla maniera di una qualche terra incantata eretta seguendo le bislacche logiche di un’architettura classica con tocchi di modernità. Il progetto di questo non luogo ad opera di Sir Clough William Ellis potrebbe essere idealmente rintracciato tra gli anfratti del sogno e i vicoli dell’allucinazione, al pari di qualche ambigua creatura da paese delle meraviglie, partorita da Lewis Carroll. Impossibile non pensare al Gatto del Cheshire, infatti, quando si leggono dichiarazioni simili: “uno si imbatte in un palazzo che sembra veneziano, poi si gira e gli appare un castello bavarese”. Giardini sempre verdi, con piante rigogliose e prospere salutano una serenità perenne contornata da un cielo terso e limpido, avulso da nuvole, tempeste e acquazzoni, dove l’ombrello protegge dal sole e non dalla pioggia. Tocchi di maestria scenografica e di preziosa coreografia fotografano l’umanità pedina collocata sull’imponente scacchiera, allegoria di un sistema di agi e piaceri, di bieco conformismo per l’essere razionale in scacco alla società.
Questi sono soltanto alcuni dei segni identificativi del fantomatico villaggio nel quale si snodano le avventure del più sovversivo dei prigionieri, quel numero 6 ancora oggi analizzato per comprendere appieno i perversi meccanismi del sistema. In realtà Il villaggio ha un nome e una precisa collocazione geografica: Portmeirion è una zona turistica meta di pellegrinaggio per i numerosi fan della serie, situata nella parte nord del Galles, nel tempo meta di riflessione per audaci scrittori, fra tutti Herbert George Wells.

Storie
Mentre la TV americana saluta i nobili intenti di storyteller capaci di far riflettere, attraverso i linguaggi del simbolismo e della metafora, messaggi importanti incentrati sull’antimilitarismo e il rispetto dell’alterità, l’Inghilterra si ingegna nello sviluppo di prodotti in grado di rivoluzionare il concetto di narrazione seriale. Una piccola rivolta scoppia addirittura in casa quando al calare degli anni Cinquanta la storica BBC perde il monopolio della televisione pubblica favorendo così la nascita di una rete sperimentale. L’avvento del nuovo palinsesto registra esempi di garbato entertainment subito carico di successi. È però con Gioco pericoloso (Danger Man) che la rete fa il salto di qualità, mostrando un anti 007 interpretato dall’attore newyorchese Patrick McGoohan. L’uomo pericolo, al secolo John Drake, è un agente segreto profondamente diverso dall’eroe con licenza di uccidere che di lì a qualche anno avrebbe invaso l’immaginario popolare. Drake usa la pistola solo se è necessario, così come ricorre all’aggressività in casi estremi e, cosa ancora più insolita per una figura del genere, è del tutto immune al fascino femminile. Se Bond adopera le armi e lo charme da perfetto gentiluomo, Drake usa l’astuzia per portare a termine missioni impossibili, qualità che lo stesso interprete conserverà per il successivo personaggio del numero 6 in costante competizione con lo sferzante numero 2 nella serie per piccolo schermo Il Prigioniero. Il pilot Arrivo all’isola solletica la curiosità del telespettatore medio, abituato a una programmazione sì diversa, ma non così intrepida e fuori da tutti gli schemi. L’incipit è fulminante, ambiguo e lisergico, tanto da nascondere al suo interno insidiose trappole: i titoli di testa vedono una sorta di agente segreto nel bel mezzo di un’accesa discussione con il capo dell’agenzia per la quale lavora. Il dipendente, rassegnate le dimissioni, torna a casa per preparasi ad abbandonare i luoghi natali; qui viene stordito dall’emissione di un potente gas soporifero per risvegliarsi frastornato in un ambiente sconosciuto dove ogni individuo ha un numero, la legge è ostaggio del n°2 e il burattinaio, fantomatico e invisibile Oz, risponde al nome di n°1. L’ospite inatteso potrà contare solo su stesso e sulle proprie abilità mentali per dare battaglia al nemico di turno.

Leggende
Il Prigioniero è assolutamente un’opera da considerarsi come figlia dei tempi: è il 1967 quando va in onda il primo episodio; nello stesso anno, in campo musicale, esce il singolo Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles. Il brano presenta un testo di chiara derivazione psichedelica, con cieli di marmellata e fiori di cellophan, a firma John Lennon, ma il vero fascino della canzone risiede nelle diverse leggende che si sarebbero costruite attorno ad essa. L’autore dichiara di aver tratto ispirazione da un disegno elementare del figlioletto Julian, alcuni citano Carroll (molto amato da Lennon) altri ancora fanno riferimento al gioco dell’acronimo LSD per manifestare l’omaggio dei talentuosi scarafaggi di Liverpool verso il potente allucinogeno, in uso anche presso Il Villaggio. Troppe sono anche le voci che si stringono attorno alla spy story avveniristica made in England: la più clamorosa interessa il suo autore–attore, a detta di molti rifugiatosi sulle montagne per sottrarsi al linciaggio dei fan inviperiti dall’enigmatico epilogo. Una delle testimonianze di certo più affascinanti concerne il capitolo 16 del telefilm, Le sette età dell’uomo, in principio ideato dall’ex John Drake come prologo del criptico finale.

Giochi per adulti
L’episodio potrebbe essere visto come una sorta di Duellanti della mente, con il n°2 (un provatissimo Leo McKern) a caccia di informazioni e il n°6 chiuso in un bunker senza via di scampo. Ancora una volta one man show attinge a diverse fonti, fra le quali i principi della psicanalisi e i versi di William Shakespeare. Per ottenere il proprio scopo, n°2 si avvale dell’ipnosi così da trascinare la sua pedina nello stato di regressione infantile per poterlo manipolare a proprio piacimento. Un gioco a due all’ultimo round, una sfida di pressioni psicologiche, con uno schema ripiegato su se stesso ripetuto all’infinito : padre/figlio, insegnante/alunno, allenatore/atleta, dirigente/impiegato, guardia/giurato, ufficiale/soldato e infine guardia/prigioniero. Lo sforzo recitativo è sovrumano e le gocce che imperlano la fronte del povero McKern sono vere tanto da costringere l’interprete a un periodo di forzato riposo, lontano anche solo dall’ombra di McGoohan. Nonostante il Prigioniero venga ridotto cerebralmente a un bambino gongolante davanti al suo delizioso cono gelato, sarà lui e solo lui ad avere la meglio sull’avversario con un colpo di coda a dir poco impressionante.
Un romanzo di genere uscito da qualche mese in libreria ricorda non poco la dinamica della guerra mentale di McGoohan, simulata in un vero e proprio gioco al massacro. Danza macabra di Dan Simmons racconta le esperienze di sadici giocatori dotati di speciali poteri in grado di usare, per scopi puramente edonistici, la mente delle persone. Senza voler a tutti costi trovare l’analogia che non c’è, è indubbio che Il Prigioniero si fondi sull’idea degli scacchi (Regina, Torre e Pedina è il titolo di un altro memorabile episodio) proprio come la vicenda cantata da Simmons celata da un gioco nel gioco, come l’arte di nascondere nel magnifico gioco della recitazione.
Colin Gordonin ne Il prigioniero, 1967
Fughe
Sono passati quarant’anni dalla mostruosa e orribile visione di quella flaccida sentinella saltellante volta a infliggere severe punizioni ai trasgressori delle legge, eppure il pallone gonfiato continua la sua inarrestabile corsa verso altri simbolici lager. L’Isola sulla quale si trovano intrappolati i i naufraghi di Lost assurge a novello Villaggio pregno di misteri e pericoli. Lo stesso JJ Abrams, lungimirante nerd dalla fantasia sconfinata, già creatore di serie di successo e di felici trasposizioni su grande schermo cita a piene mani la serie. In attesa di vedere la nuova versione statunitense targata AMC con Jim Caviezel e IanMcKellen, non resta che ricordare l’unico vero prigioniero, recentemente scomparso. Patrick McGoohan non sarà mai un divo: egli resterà per sempre UN UOMO LIBERO!





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