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di Boris Sollazzo


Francis Ford Coppola offre un’opera ambiziosa e indipendente. Buona la scelta degli attori, meno quella della sceneggiatura (la terza scritta da lui), involuta e improbabile. Discontinuo, con discese ardite e risalite

Una scena di Tetro, di Francis Ford Coppola

Chi scrive ha nella sua top 20 almeno sette film di Coppola: (Apocalypse now, Il padrino I e II, La conversazione, Un sogno lungo un giorno, Rusty il selvaggio, Tucker), ed è convinto che al di là dei capolavori della New Hollywood, di cui lui è stato padre, fratello, figlio, marito e pure amante, abbia saputo dire molto anche dopo.
Chi scrive trova che i primi 40 minuti dello sbagliatissimo e a tratti imbarazzante Un’altra giovinezza (il suo penultimo film) siano comunque una lezione di cinema. Insomma, tutto questo per dire, che Francis Ford Coppola è un maestro, e che è difficile non amarlo ai limiti della venerazione. Ciò nonostante, si fa fatica a capire l’entusiasmo scomposto di molta critica per questo Tetro, che peraltro ha fatto anche alzare in piedi (standing ovation alla carriera?) il pubblico della Quinzaine des Realisateurs.
Coppola traccia con questa saga familiare il film più personale, autobiografico, questo groviglio di sentimenti inespressi e ingiustizie subite, questa complessata discendenza maschile di musicisti- Brandauer, Gallo, Ehrenreich- che a tratti ricorda Paquito e Chiquito di Avanzi (ricordate la frase “Io sono mio padre!”? Vi tornerà in mente), sono un riferimento ben più che casuale alla famiglia di artisti delle note e delle immagini di cui Francis è l’ultimo patriarca. “Tutto è vero, ma nulla di quello che vedete è accaduto” ha commentato sornione. Si è scritto il film da solo, e si vede (da sempre lo script è la cosa che gli riesce meno) e ci offre un lungo viaggio in sentimenti inconfessati, tutto (o quasi, flashback esclusi) in bianco e nero. Alcune zampate da campione, ma anche tanti passaggi a vuoto, i tempi compassati che Coppola ha sempre amato qui diventano sciatti legami tra un evento e una rivelazione, il tutto risulta stanco e difficile. Piace la scoperta Alden Ehrenreich, un po’ Di Caprio, un po’ Dillon e “un po’- dice lui- anche Brando”, e risulta perfetto Vincent Gallo, grande fascino e carisma, anche se la vera mattatrice, il collante di un film spesso scombinato, è una Maribel Verdù che regala una performance straordinaria.
Ma pochi schizzi non fanno un affresco, e nessuno lo sa meglio di Coppola, che ormai, forse anche giustamente, sembra sentire tutti i suoi settant’anni e preferisce i suoi alberghi e il suo vino a un cinema che gli ha dato tanto, ma forse tolto di più (come Maradona al calcio, difficile credere che Francis abbia ricevuto le gioie che ha dato agli spettatori). Nel film in questione c’è un’ambizione forte, e si sente, la forza espressiva di chi ha ancora molto da dire e insegnare, e la nostra severità, forse, nasce dal fatto che certi capolavori ti schiacciano e aumentano le aspettative nei tuoi confronti in maniera ingiusta. Il rapporto problematico con il talento e il genio che è anche il fulcro di questo film, a cui sono consegnate le migliori scene madri. Questo melodramma dai troppi finali ha una sua dignità, le (auto)citazioni sono delicate e persino necessarie, un film sbagliato di Coppola, comunque, è qualcosa di speciale in ogni caso, sia solo per quelle finezze che lascia anche in una partita giocata maluccio. E allora pazienza per quei colori saturi, per i dialoghi a volte ingenui, per alcune immagini buttate via e altre su cui si è indugiato troppo. Alziamoci in piedi e applaudiamolo, perché il suo rimane sempre Cinema, anche solo per qualche decina di minuti. E magari andatevi a vedere su youtube e sul suo sito come ha usato internet per il suo progetto indipendente, per raccontarlo senza intermediari. Quello sì da non perdere.






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