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22 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Interviste
  • Intervista agli Zero Assoluto
di Claudia Catalli


Tornano gli Zero Assoluto, anche in libreria: pronti ad una pioggia di parole?

Un'immagine degli Zero Assoluto

Dopo un anno e mezzo di silenzio (discografico, perché in radio, nella loro R101, ci sono sempre stati), gli Zero Assoluto tornano per sommergerci Sotto una pioggia di parole.
Non è solo il titolo del loro ultimo album, registrato con calma, “riappropriandoci di una normalità che ci mancava e che ci serviva: un disco non puoi farlo in viaggio” racconta Matteo Maffucci (che parla anche di ansia: “più che ansia da prestazione, la difficoltà era voler dire tutto quello che volevamo e firmare qualcosa che ci piacesse davvero”). È anche il nome del loro libro, edito da Mondadori, che in quarta di copertina riporta solo una fugace descrizione, una riga appena, per i lettori più pigri: “Il libro racconta il nuovo cd degli Zero Assoluto”. Non stupitevi: tutti coloro che lo compreranno sapranno già esattamente perché e cosa stanno acquistando, ovvero nel 99,9% dei casi gli “appunti disordinati di un disco” dei loro idoli. Perché questa, del resto, è stata la gestazione delle 263 pagine spese fra foto e testi di canzoni, a cui si alternano i commenti delle varie “elisa9”, “sfrigola”, “antonellina”, “valy.angel”: la trascrizione attenta di un blog in cui, dialogando con le loro fan, i cantanti romani hanno raccontato tutti gli step, soprattutto emotivi, di questo nuovo lavoro.
Visto che Matteo è ormai di casa con l’editoria (oltre alla rubrica fissa su Vanity Fair, ha già pubblicato Ore a caso, Ultimo stadio - Diario di due malati di calcio, Spielberg ti odio e Cascasse il mondo), ci è sembrato più interessante chiedere all’altra penna del duo, quel Thomas De Gasperi che anche nel libro scrive poco (decisamente meno rispetto al suo partner di palco), ma che con poche parole spesso sa colpire nel segno: “Mi piace pensare che nei panni dell’artista io mi ci metta in questi momenti, quando davanti a me ho uno spartito vuoto e a disposizione tutte le note possibili. Usare le parole come il lego e far prendere loro una forma che sia la rappresentazione della mia fantasia”.
La copertina di Sotto una pioggia di parole edito da Mondadori
Un libro figlio della radio, curiosa come genesi…
Noi dobbiamo tanto alla radio: ci ha fatto scoprire la vita quotidiana di chi ci sente e fatto capire cosa voglia dire essere divi e cosa no. Noi non lo siamo, perché tramite il riscontro con gli ascoltatori, che pure ci seguono sempre con passione, abbiamo compreso che non stanno più di tanto a pensare alle star: hanno i loro problemi, che il più delle volte sono gli stessi nostri. E noi proviamo a parlarne, trovando un punto d’incontro: è più facile dialogarne in radio, che scriverci una canzone.

Scrivere un diario di viaggio mentre si crea un nuovo disco; perché?
Era una sorta di blog-diario nato come uno sfogo e insieme un appiglio per tutti coloro che su internet ci chiedevano novità. Noi non ne avevamo, sentivamo solo bisogno di sparire, viverci la vita e poi riassumerla in un disco. E intanto dialogavamo con i nostri fans: questo libro è un regalo a loro e insieme una cosa strana e diversa, una sorta di mega-libretto del cd. Anche se c’è chi ci scrive “non avete pubblicato la mia risposta”, ovviamente non potevamo inserirle tutte, l’importante era lasciare un’impronta di un passaggio per noi molto importante.

C’è una pagina del libro intitolata Certe cose non cambiano, in cui scrivi che per non essere travolti dalle delusioni basta fare a meno delle aspettative. Però poi tracci un percorso di interrogativi sospesi: “Ma rinuncereste alle vostre speranze? In un amore che sembra impossibile? Nell’amicizia per sempre? Nella forza di un uomo contro spazio e tempo? Nell’essere protagonisti del proprio destino? Nell’esaudirsi di un sogno?”. E concludi: “Io no, mai. Chiamatemi romantico ma è questo che mi piace di me”…
Ma sì, io continuo a crederci, così tanto che poi quando qualcosa non va come dovrebbe, o forse va come dovrebbe, è un po’ uno choc: “Per non dimenticare”, ad esempio, l’abbiamo scritta senza riferirci a particolari persone o occasione. Eppure anche a me è capitato di rimanerci malissimo quando ho saputo che la mia ex storica si sposava, ma per un semplice principio: in quel preciso istante realizzi di non essere più “l’uomo della vita” di nessuno. È quella sensazione drammatica di trovarsi cresciuti, ma niente affatto pronti.

E come ti vedi, cresciuto, da qui a vent’anni? Sempre cantante?
Chi lo sa, ci chiediamo spesso se avrà senso stare ancora a cantare “Buonanotte a te, buonanotte a me…”. Forse torneremo al rap a cinquant’anni, perché no!

Un’esperienza musicale che ricordi altrettanto intensamente?
Sanremo, checché ne dicano in giro. Quel festival è una figata incredibile, da casa lo si guarda come una partita e lo si commenta in ogni singolo aspetto, in realtà quando vai come protagonista scopri la forza di questa tradizione, un microcosmo affascinante che dura da anni. Festivalbar, che noi abbiamo fatto per quattro edizioni, le mie zie per dire non lo vedevano. Sanremo invece è un’istituzione italiana, quindi è inutile cercare di cambiarlo, tanto vale fare altre cose semmai, come un Trl Awards che per quel target funziona.

Cinema: anche nel nuovo film di Moccia sentiremo le vostre canzoni, come in Scusa ma ti chiamo amore?
Ancora non sappiamo, ma con lui abbiamo già parlato e ci piacerebbe molto. Per il resto, io e Matteo abbiamo anche scritto una sceneggiatura, staremo a vedere come andrà.






Commenti (2)

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