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di Federica Aliano


La storia dell’immagine più riprodotta del XX Secolo, la Mona Lisa della fotografia. Il dolore e la rabbia. “Del resto, la storia la fanno uomini di questo tipo. Non certo i codardi”

Chevolution

Di film su Ernersto “Che” Guevara negli ultimi anni se ne sono visti parecchi, ma nessuno mai aveva preso lo spunto dalla sua figura. E per figura intendiamo proprio immagine, fotografia, quel volto iconico immortalato da Korda e che è diventato un simbolo, subito riconducibile alla figura del Che e, spessissimo, al concetto stesso di rivoluzione. La foto di Korda è l’immagine più riprodotta nel mondo, più delle immagini di Cristo, la più utilizzata, modificata, ricolorata, desaturata, rivisitata... C’è chi la ha ribattezzata “la Mona Lisa della fotografia” per quel non so che di ambiguo che racchiude. E in effetti è un’immagine perfetta, assoluta nelle linee e nella pulizia. Del resto Korda, ex fotografo di moda, era un esteta e un artista dello scatto.
Sarà perché Chevolution è stato presentato in anteprima al Biografilm Festival, a Bologna, ma mentre guardavo questo documentario in testa mi suonava il verso di Francesco Guccini “Gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli...”. E in effetti, il “Che” era un uomo davvero bello, virile, dallo sguardo profondo, “con i capelli lunghi al punto giusto e la barba folta al punto giusto”, come viene ricordato nel film.
Il 5 marzo del 1960, Fidel Castro e i suoi sono su un pulpito a La Havana con la folla che li ascolta. Hanno appena raccolto i 75 morti (di alcuni sono state ritrovate solo parti del corpo) e gli oltre 200 feriti a seguito dell’esplosione di un battello francese. Castro agita in aria dell’esplosivo, dice che bisogna reagire. Ernesto Guevara, alle sue spalle, viene avanti solo per un momento, guarda la folla disperata, serra le labbra, torna al suo posto. Alberto Diaz Gutierrez, detto Korda, che da tempo ha abbandonato il suo studio da fotografo di moda per documentare la rivoluzione, fa solo due scatti, uno diritto e uno posizionando la macchina in verticale. Due scatti perfetti, che immortalano per sempre quel volto pregno di dolore e di rabbia, quelle labbra serrate quasi a voler contenere la commozione e l’urlo di vendetta. Quello che Korda fa in seguito farebbe impazzire persino Walter Benjamin: taglia la sua immagine (che conteneva una palma e un uomo di profilo), la decontestualizza e la rende un’icona; in seguito la vende all’italiano Feltrinelli, che ne stampa il primo poster, ma in generale la lascia libera dai diritti di riproduzione e fa così in modo che possa venir riprodotta in ogni modo e in ogni luogo.
Ernesto Che Guevara fotografato da Korda (immagine integrale)
È per questo che il Che diventa un uomo per tutte le rivoluzioni, anche quelle che non c’entrano nulla, compresa quella pacifista degli hippies americani (l’immagine del Che compare anche a Woodstock, sui cartelloni contro la guerra in Vietnam); è per questo, per la mancanza di sfondo o colore, che possiamo far nostra quell’immagine e contestualizzarla come vogliamo. Per esempio mi chiedevo, durante la visione, in un paese e in giorni in cui di alcune foto vengono ostacolate in ogni modo la pubblicazione e la riproduzione, se la rivoluzione di Castro e Guevara avesse avuto lo stesso significato senza tutti i fotografi che li seguivano. Di certo non avrebbe avuto lo stesso impatto sul mondo.
Il documentario di Luis Lopez e Trisha Ziff è decisamente un film furbo, perché raccontando la storia di una fotografia e domandandosi come è potuto accadere che diventasse l’immagine più riprodotta, ripercorre inevitabilmente la storia di un uomo, un rivoluzionario, e permettendole così di infilarsi nei luoghi, nei cinema dei paesi in cui altrimenti non potrebbe mai passare. Con le testimonianze della figlia di Korda (che è scesa dal pero e ora chiede i diritti di sfruttamento per quella foto), dei Rage Against The Machine (che utlizzarono l’immagine di Korda per la cover di un loro disco e furono i primi a pagarne i diritti di sfruttamento), di Gael Garçia Bernal (che ha interpretato Che Guevara ne I diari della motocicletta) e Antonio Banderas (che avrebbe dovuto interpretarlo al posto di Benicio Del Toro), assistiamo ad alcuni momenti salienti della vita di un uomo che durante la settimana lavorava come ministro e nel weekend andava a tagliare la canna da zucchero con i contadini, a posare mattoni con i muratori, a lavorare con gli altri operai, per dare il buon esempio. Ed è così che la visione diventa commovemnte, pregna di sentimento e di empatia. Perché se dietro il volto del Che in quella foto non c’era nulla fisicamente, dietro la sua figura c’era davvero molto.
Ci si chiede come reagirebbe oggi Ernesto Guevara se vedesse l’enorme sfruttamento commerciale della sua immagine, fagocitata senza riguardo dal capitalismo. Nel film c’è chi sostiene che si arrabbierebbe, chi invece, ricordando la sua grande ironia, sostiene che ne sarebbe divertito. A nostro avviso la mancanza di diritti di riproduzione è stata a suo modo rivoluzionaria, giacché ha permesso che il volto del Che circolasse liberamente in ogni dove. E da ogni parte del mondo c’è sempre qualcuno che si chiede, anche solo per curiosità, chi è quel bell’uomo dallo sguardo fiero e sofferente, che guarda in alto, guarda in là, guarda oltre. E magari si va a cercare le risposte.
“Tu amor revolucionario te conduce a nueva empresa donde esperan la firmeza de tu brazo libertario. !Hasta siempre, Comandante!”





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