Ang Lee si diverte a raccontare una favola ai margini della storia, con molte licenze e poche emozioni, soprattutto musicali. Emile Hirsch e Liev Schreiber da applausi
Quarant’anni da Woodstock, un anniversario immancabile (anche al Biografilm Festival 2009, dove si festeggia proprio questa ricorrenza) e importante che verrà probabilmente festeggiato in tanti modi diversi da chi quei tre giorni di pace, amore e musica li ha vissuti o addirittura organizzati. Elliot Tiber, per esempio, all’epoca un ventenne con tanti desideri e sogni e poche prospettive, costretto a segregarsi nello squallido motel di famiglia nella provincia della costa orientale per salvare i genitori dal fallimento. Cosa che riesce a fare mirabilmente, proponendo agli organizzatori di questo fantomatico festival rock rigettato a destra e a manca di utilizzare dei terreni praticamente perfetti per l’abbisogna, riuscendo così a salvare capra, cavoli e se stesso.
Una storia di confine, Taking Woodstock, e un romanzo di formazione che Elliot Tiber ha raccontato in un romanzo di successo (edito in Italia da Rizzoli) e che Ang Lee, regista pluripremiato e anche un po’ sopravvalutato, ha pensato bene di portare sul grande schermo proprio nell’anno delle celebrazioni. Lee si tiene a debita distanza dal grande palco della Storia, preferendo raccontare il percorso di autoconsapevolezza di Tiber, affascinato dal mondo che per una volta era venuto in provincia, con tutte le sue mille tentazioni e possibilità. Prediligendo una linea narrativa leggera, in cui favola, ironia e grottesco si intrecciano e si alternano, il premio Oscar per La tigre e il dragone si sofferma sulla miseducation di Elliot Tiber, dall’outing omosessuale all’esperienza lisergica, trasformando chi Woodstock lo ha organizzato in macchiette surreali, dal mistico Michael Lang, figura affascinante e romantica che si aggirava tra le macerie della sua Camelot musicale a cavallo di un bianco destriero, a tutti gli altri descritti come affaristi interessati solo alle questioni economiche. Il concerto si intravede da lontano, così come Tiber racconta d’averlo vissuto e così come è probabilmente accaduto a molti altri, ma dopo un po’ il fascino del racconto personale che si inscrive in un evento epocale incomincia a scemare e cresce il desiderio, man mano che passano i minuti, di vedere e sentire i Creedence, gli Who, Janis e tutti gli altri. Ma Taking Woodstock non è un film sul concerto e a dire il vero neanche sul contorno, anzi, è più una sorta di dramma immobiliare sul Motel della famiglia Tiber e sui terreni che diventarono palude dopo le prime pioggie, con tutti i problemi conseguenti per l’organizzazione.
Volendolo quindi prendere per quello che è, il film è una gradevole favola con echi delle pagine di John Irvin che racconta il mondo secondo Elliot e che si tiene in buona parte in piedi grazie alla bravura del cast, in particolare una grandiosa Imelda Staunton nei panni di mamma Tiber, Emile Hirsch reduce del Vietnam problematico e soprattutto Liev Schreiber en travestì, responsabile della sicurezza ex militare e filosofo.
Nel complesso un film gradevole, ma se vi aspettate anche solo un minuto di grandi performance live e una colonna sonora da urlo, allora recuperate prima il documentario di Michael Wadleigh che racconta i tre giorni che hanno cercato di cambiare il mondo. Affronterete con un umore migliore la Woodstock di Elliot e Ang.
Peace and Love.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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