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  • Ore 3.32. Il terremoto in Abruzzo nelle immagini dei fotografi italiani
di Daniele Federico


La mostra e l’incontro con il pubblico di Reportage Atri Festival

Ore3.32. (particolare). Photo: Simona Ghizzoni

L’editoria italiana fatica a fare giornalismo d’inchiesta, reportage agganciati alla realtà. Sebbene le agenzie giornalistiche e fotografiche siano cresciute negli ultimi vent’anni, il deficit sta proprio nella difficoltà di un'ideale collaborazione tra giornalisti, fotografi ed editori. Con questa considerazione, Renata Ferri, photoeditor di Io Donna, ha a aperto l’incontro pubblico di tutti gli autori, o quasi, della collettiva che Reportage Atri ha creato all’interno del festival per il terremoto di L'Aquila.
La mostra in questione, che è stata l'ultima aggiunta al programma, per ovvie contingenze, è subito diventata la più importante nella sua dichiarata volontà di essere uno strumento diretto per contribuire a migliorare le cose (questa è una delle grandi finalità del reportage), mostrando una selezione dei molti punti di vista che ciascun fotografo ha raccolto.

H3.32. Photo: Davide Monteleone

Il primo ad arrivare sul posto fu Davide Monteleone (reporter di cui già abbiamo avuto modo di parlare in Alphabet City), già alle 9 del 6 aprile era sul posto: “La mia agenzia, in particolare Giulia Tornari, mi ha chiamato assegnandomi l’incarico. In questi casi si cerca di arrivare presto, c’erano difficoltà legate all’autorstrada chiusa, ma alle 9,30 ero ad Onna, il comune che ormai tutti conoscono. Quando le cose succedono a casa propria ci si sente più toccati e trovarsi a viverle è da un punto di vista emozionale più difficile. A L’Aquila, come poi mi sono reso conto, la distruzione forte non soltanto era quella delle case e dei centri storici, ma anche quella dei sistemi sociali, dei luoghi di lavoro e di ritrovo. Le persone avevano perso ogni punto di riferimento. Ho così cercato di documentare il più possibile l’evento dei primi soccorsi constatando che l’affluenza mediatica, dal secondo giorno è iniziata ad essere molto pesante.”
L’Aquila è stata uno degli esempi emblatici di un certo giornalismo d'assalto, irrispettoso del dolore altrui; nell'incontro si è parlato anche del modo in cui le tragedie vengono raccontate al pubblico, della necessità di esserci per chi ha scelto questa professione nella vita e in questi casi si trova diviso tra la freddezza di riportare i fatti nella maniera più professionale possibile e il problema morale di invadere i momenti più difficili della vita degli sfollati.
H3.32. Photo: Michele BorzoniLa mostra Ore 3.32 esibisce i lavori di 13 fotografi di vario livello e di diverso approccio sia nello stile che nel modo di muoversi sul campo, come nei tempi d’esecuzione. In questo senso è stato di grande utilità riverdere le immagini a cui siamo abituati, ma che rischiavano di saturarci per la loro ripetitività e omologazione. Le fotografie di Ore 3.32 invece attraversano le diverse facce della tragedia, senza soffermarsi necessariamente sul dramma, ma andando a raccontare anche le facce e le esperienze dei volontari, come i 52 visi allestiti da Michele Borzoni: si potrà dire che di mostre con “facce” ne abbiamo viste a sufficenza, ma queste in particolare sono di quelle che fanno riflettere, leggiamo i loro nomi, occupazioni e ci fanno mettere un po’ in discussione. Chi è che lascia per uno o più mesi lavoro, marito, ragazza e routine quotidiana per gettarsi in una realtà radicalmente diversa?
Le fotografie esposte nel loro complesso non sono tutte esteticamente riuscite, ma alcuni tra i fotografi sono riusciti a raggiungere la sintesi tra contenuto e forma, il climax della fotografia: Simona Ghizzoni è stata la fotografa che meglio di tanti altri è riuscita a entrare nell’intimità di una famiglia di L’Aquila, stringendo un rapporto di profonda amicizia e riuscendo ad andare oltre la barriera del cronista, creando infine un reportage partecipato.

H3.32. Photo: Simona GhizzoniL'allestimento intero è contornato dal lavoro di Gabriele Basilico, architetto-fotografo che si dedica al paesaggio, soprattutto urbano. Anche lui ha aderito a questo appello: le sue fotografie come sempre vanno a segno e le composizioni impeccabili mostrano anche l'assurdità di un edificio sostanzialmente integro accanto a delle macerie:
“Dopo le immagini iniziali e quello che è successo mediaticamente, ho voluto aspetta per andare lì perché io sono un fotografo di spazi, non di persone. In un certo senso mi sento un po’ fortunato come fotografo perché non devo affrontare la difficoltà e il coraggio di confrontarmi a tu per tu col dramma delle persone. L’unica esperienza analoga a questa, perché anche lì mi sono confrontato col dramma, è stato il lavoro su Beirut, in quel caso si percepiva il dramma di una città molto ricca e “occidentale”, ormai in macerie. Come in quel caso, anche a L’Aquila ho dovuto capire come rapportarmi a ciò che rimaneva del tessuto urbano fino a trovare la giusta distanza fisica tra i palazzi, le macerie e il mio obiettivo. Il mio lavoro è come quello dell’anatomo-patologo: devi avere la freddezza per poter leggere il tuo oggetto e trasmetterlo agli altri.”
Olivio Barbieri, altro fotografo famoso per i suoi bianchi e neri distaccati, ha condotto un lavoro molto più incentrato sul lato estetico e come ha precisato, anche se oggi i suoi scatti appaiono inutili, acquisteranno un senso fra 30 anni. Tra i grandi nomi della fotografia, il contributo di Barbieri non lascia alcuni segno e pare che se ne potesse fare a meno.
Vi sono altri fotografi in mostra, ma il piccolo video-slide show di Martino Lombezzi va citato, non solo per un suo valore comunicativo, ma anche per la storia legata alla sua creazione. Lui è un fotografo da banco ottico e Remata Ferri, nel suo ruolo di photoeditor, gli aveva commissionato un racconto di 24 ore di vita nel campo. Il problema è che la Ferri, dalla propria redazione, non aveva immaginato che il campo avesse piazze, nè luoghi di ritrovo, nè bar. Così Lombezzi ha raccolto la sfida piazzando un’inquadratura fissa con cui dominare il campo dall’alto. Il risultato sono 99 immagini in cui vediamo le attività e i passaggi delle persone tra le tende perfettamente allineate. 99 è il numero di L’Aquila e della canzone popolare che fa da sfondo allo slide show.

H3.32. Photo: Massimo SiragusaNon era facile mettere su una collettiva di scatti sul terremoto a L’Aquila; si rischiavano molte cose: di cadere nell’estetica fine a se stessa, nella tragedia mostrata, nel caos di numerosi fotografi giustapposti tra di loro. La mostra Ore 3.32 invece riesce darci il giusto numero di sguardi su un evento complesso, ma che adesso ci sembra di aver capito un po’ di più.







Ore 3.32

a cura di Renata Ferri
Palazzo Duchi d'Acquaviva - Atri
18 giugno - 18 agosto
www.reportageatrifestival.it








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