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  • Sulla pelle - mostra collettiva al Reportage Atri Festival 2009
di Daniele Federico


Non si può rimanere delusi dopo la visione di questa mostra fotografica: tanti gli spunti e notevoli i fotografi raccolti

Dalla serie Tahiti. Photo: Gian Paolo Barbieri

Sebbene il festival di Atri abbia deciso di dedicare l’apertura al terremoto de L’Aquila, il tema originario dell’evento resta "la pelle" da cui una mostra principale dedicata a 18 fotografi che sono riusciti a indagarne diversi aspetti tra cui i colori, le patologie, la vecchiaia, la discriminazione e la bellezza. Nel visitarla ci siamo resi conto della maggiore cura e tempo dedicati alla sua preparazione rispetto alla collettiva Ore 3.32. Cura che è stata affidata a tre personaggi d’eccezione della cultura fotografica in Italia: Giovanna Calvenzi, Mario Peliti e Laura Serani.
Come tutte le mostre fotografiche di Reportage Atri Festival anche "Sulla pelle" si avvale di una cura particolarmente ben riuscita degli allestimenti: le scelte dei supporti sono perfettamente congeniali ai saloni e ai seminterrati dei palazzi antichi di Atri e la qualità di stampa è di prim'ordine. Non a caso l’intero evento è stato affidato a Marco Peliti (esperto di fotografia e creatore di una casa editrice specializzata in fotografia).
Volti di mummie. Photo: Alessandro AlbertiAll’interno del museo archeologico di Atri attraversiamo una serie di piccole stanze, ciascuna dedicata alla personale declinazione del tema “pelle” di ciascun autore.
Già le prime immagini che guardiamo sono di quelle curiose, strane, inquietanti. Nelle stampe di Paul Den Hollander riconosciamo le sensazioni tipiche da “fotografia delle origini”, ovvero di scene che mostrano cose, posti, persone non ben identificabili, provenienti da altri mondi, un collezionismo fotografico che oggi prosegue parte della sua eredità nelle rubriche dello “strano, ma vero” presenti in numerosi prodotti editoriali di largo consumo: delle piccole stampe quadrate mostrano feti inizialmente di animali, poi di piccoli esseri deformi e irriconoscibili, infine di feti umani fotografati, forse aborti conservati in soluzione; la tecnica è quella del bianco e nero, morbido e delicato, preciso e netto come l'ambiente di un laboratorio richiede. Si passa subito ad Antonio Biasucci, quel genere di fotografo che raccolglie gradimenti netti, senza vie di mezzo: è uno che piace o non piace; in questo caso stringe il suo obiettivo su porzioni di pelle e pieghe del corpo stranamente irriconoscibili (ha manipolato le immagini? Sono corpi di freak? Oppure l’artista è semplicemente bravo a mettere fuori strada l’occhio dello spettatore e i soggetti di partenza erano del tutto normali?).
La selezione da Killing Fields di Luca Campigotto, grande reporter con all’attivo moltissimi lavori commissionati all’estero, ci catapulta in uno di quei luoghi tanto orridi e vergognosi, quanto reali. Nulla è spiegato, ma di certo parliamo di immagini che si riferiscono a vecchi luoghi di tortura, morte e detenzione in un luogo non precisato in Asia. Alessandro Alberti ha realizzato le riproduzioni fotografiche di antichi teschi umani di donne mumificate: fotografie belle, tecnica sapiente, atmosfera irrimediabilmente lugubre. Poi passiamo a Battered di Harri Pälviranda che provoca una strana reazione. Egli ha girato le strade notturne sparando il flash in faccia a persone che devono aver appena finito una scazzottata e rimanendo gonfie e livide: facce allo stesso tempo buffe e violente che portano sulla propria pelle i segni pesanti della disavventura che hanno appena vissuto.

Dalla serie Tahiti. Photo: Gian Paolo Barbieri

A metà mostra due selezioni si fanno notare sulle altre, sono quella di Jeanloup Sieff con i suoi nudi di donne bellissime: immagini a mezzo busto, in bianco e nero, accompagnate una descrizione leggera e simpatica scritta dall’autore riguardo al loro incontro, con lo stesso tono con cui le avrebbe raccontate a un amico; a seguire le stampe già celebri che costituiscono il maggior successo di Gian Paolo Barbieri, ci riferiamo a Tahiti, del 1989. Dalle donne meravigliose e sensuali di Parigi e dai corpi indigeni che fanno invidia alle star hollywoodiane, si passa a Rikishi, ovvero i ritratti di piccoli lottatori di sumo ripresi da Charles Fréger, in questo caso piucché di pelle, possiamo parlare di ciccia, che i giovani atleti mostrano con tutto l’orgoglio di una disciplina che gode di grande onore in Giappone.

Dalla serie Lupi Grigi. Photo: Malena Mazza

Il percorso continua a sorprendere e intrattenere l’autore sempre con nuove declinazioni della pelle: si passa per i dettagli ingigantiti della pelle dei vecchi, nella serie Lupi Grigi di Malena Mazza, al lavoro sui generis dedicato a Miss Italia, e neppure dei suoi migliori, di Gianni Berengo-Gardin, presente ad Atri come autore, spettatore, ma anche per inaugurare la maratona fotografica solidale per raccogliere denaro destinato alla ricostruzione: 1000 ritratti per L'Aquila.
Invece il contributo che più degli altri riesce a indagare i temi della pelle in senso moderno proviene dalla serie di Zed Nelsen. Fotografie interessantissime, riuscitissime, ogni scatto in mostra tocca un tema importante e complesso tra cui il modo di intervenire sulla pelle tra le diverse generazioni e le diverse culture, fino a indagare le nuove frontiere tecnologiche e psicologiche dell’estetica. Un progetto che ha la forza di toglierci qualche preconcetto riguardo alle pratiche di intervento sul corpo.

Les fleurs de la nuit. Photo: Francois Fontaine

Non è ancora finita, Francoise Fontain ha scattato un reportage tra le prostitute di Parigi, bello già dal titolo: Les fleurs de la nuit, tutto da guardare. Invece Chico De Luigi ci ha decisamente rotto il ritmo: la sua selezione mostra corpi e ritratti di donne e ragazze molto tatuate e con i piercing. Non c’è novità nell’idea, ma solo un lungo lavoro di ricerca e collezionismo fotografico in cui la parola censura è bandita: la presenza di questa proposta all’interno di tutto il percorso ci è stata prennunciata dalla musica elettronica diffusa nella stanza e accompagnata da due bambini che in modo leggermente insistente spingono gli spettatori a prendere una cartolina e scrivere un pensiero sul quaderno della mostra o direttamente sulle stampe con un pennarello: una rottura improvvisa dell'atmosfera di chi era partito con l’idea di essere semplice spettatore, un occhio che seppure fa le sue osservazioni e trae conclusioni non ha voglia di sforzarsi a tradurle in parole né di articolare un discorso compiuto e, si spera, intelligente.

Sulla pelle è una mostra ricchissima di spunti e di fotografi da appronfondire in cui è impossibile restare del tutto delusi (e con molta probabilità neppure del tutto soddisfatti), ma è importante dedicare la giusta attenzione e il giusto tempo a tutto il percorso espositivo, magari tornarci anche in un secondo momento:

“Alla fotografia è demandato di indagare, di testimoniare, di denunciare o più semplicemente di raccontare, nella duttile ricchezza del termine che qui viene impiegato come guida, le molte possibili storie che si legano ai significati che le parole utilizzano per vestire le realtà degli uomini e delle donne”.
Giovanna Calvenzi
Progetto sugli albini in Africa. Photo: Alain Turpault



Sulla pelle
a cura di Giovanna Calvenzi, Mario Peliti e Laura Serani.
Museo archeologico - Atri
18 giugno - 18 agosto
www.reportageatrifestival.it
















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