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  • Transformers 2 - La vendetta del Caduto
di Alessandro De Simone


Film-videogioco ipertrofico e noioso per Michael Bay che ancora una volta sbaglia clamorosamente un sequel. Effetti speciali straordinari, in particolare Megan Fox

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Prima o poi bisognerà fare un’analisi attenta del cinema di Michael Bay, regista che ama i film larger than life e che in giovane età trovò in Jerry Bruckheimer, produttore dall’infallibile fiuto per il dollaro, l’uomo capace di sfruttare al meglio il suo talento di shooter, ovvero adepto del montaggio frenetico, e il suo innato senso della distruzione totale che ha portato a regalarci gioielli dell’action fine anni Novanta - il decennio culturalmente più deprimente del XX secolo - come The Rock e Armageddon. Desideroso di emulare i fasti di James Cameron senza averne la visionarietà, Bay ha cercato di fare il salto nel cinema d’autore con il micidiale polpettone storico sentimentale Pearl Harbor, in cui già incominciavano a vedersi una pericolosa tendenza alla logorrea visiva che avrebbe raggiunto l’apice nel pessimo Bad Boys II.
Dopo la brusca battuta d’arresto di The Island, opera di fantascienza che attinge a piene mani dal Lucas di THX 1138 e da classici del genere come La fuga di Logan, paradossalmente forse il suo miglior film per contenuto e per la regia più controllata e matura, Bay è letteralmente rinato grazie a un franchise di successo come Transformers. La trasposizione cinematografica dei robot giocattolo della Hasbro, bizzarro pallino di Steven Spielberg, ha ridato credibilità a Michael che non ha perso tempo, montandosi nuovamente la testa e cadendo nei vecchi errori. Per quanto equilibrato e divertente poteva essere il primo film della serie, tanto è dilatato, sbilanciato e poco interessante questo secondo, nonostante sulla sceneggiatura, certo non esattamente alta letteratura cinematografica, ci abbiano messo le mani anche Roberto Orci e Alex Kurtzman, fidi scudieri di J.J. Abrams.
Di sperduto però in Transformers 2: la vendetta del Caduto c’è però solo il cinema, sostituito da una pantomima dell’intrattenimento del futuro attraverso la creazione di una serie di quadri videoludici che mancanti dell’interattività con lo spettatore non possono che deludere. Bay sembra terribilmente convinto di quello che fa, creando coreografie impossibili con i robot digitali, radendo al suolo città e distruggendo tutto ciò che può avere a che fare con la cultura e l’educazione, da biblioteche ricche di preziosi tomi alle antiche rovine di Petra.
Un vero e proprio manifesto programmatico il suo, a cui ci ha abituati sin da Armageddon, arricchito questa volta da un autocitazionismo preoccupante, in quanto è evidente che il regista sente di poter essere considerato un punto di riferimento nel panorama action della settima arte. Non è così, perché Bay non ha l’idealismo di Emmerich né la poetica autolesionista di Cameron; al contrario, il suo è un cinema che nasce con il solo intento di devastare, senza infondere nello spettatore un desiderio della visione che prolunghi quella della sala, vero prototipo di un cinema usa e getta a uso e consumo del primo weekend in sala. Riprova lampante è l’uso quasi bambinesco che fa del corpo cinematografico di Megan Fox, posta semplicemente nello spazio senza scopo, dove un Cameron o una Bigelow l’avrebbero trasformata in una madre guerriera con un rapporto simbiotico con le macchine che aggiusta.
Ma purtroppo non è questo il caso, perché Transformers 2 è semplicemente un giocattolone senza capo né coda, con battute poco divertenti, attori spaesati e scarsamente interessati allo schermo verde che hanno guardato per gran parte della lavorazione, una sceneggiatura slegata ed episodica e una lunghezza eccessiva che non viene alleggerita né dalla regia né dal montaggio. Di buono restano gli effetti speciali, veramente straordinari, e proprio Megan Fox, donna dalla bellezza ipnotica che riempie lo schermo come la Elizabeth Taylor degli anni migliori. La aspettiamo in Jennifer’s Body, alle prese con una sceneggiatura di Diablo Cody per capire se all’effimero della bellezza potremo affiancare la concretezza del talento.





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