Un cast lodevole e una sceneggiatura che lascia sempre il fiato sospeso. Impossibile resistere al fascino di questa discesa agli inferi come ascesa lavorativa
Non fidarsi mai. Un assunto che può sembrare banale ma che riesce a tessere un intreccio davvero senza pari se arriva ad essere convincente al punto tale che lo spettatore dubita di se stesso, di quanto ha appena udito o visto, della sceneggiatura.
Ellen Parsons, dolce, leale rispettabile creatura, gira per le strade di New York completamente coperta di sangue con indosso solo il suo tranch verde. Sconvolta, nella stanza degli interrogatori della centrale di polizia non parla. Cosa le è successo? L’intera serie Damages è volta solo e unicamente a rispondere a questa domanda. O forse no. Perché dietro ogni fotogramma si insinua il dubbio che il gusto sia quello della narrazione pura. E che la tanto agognata soluzione dell’enigma sia allo stesso tempo la meta e la punizione peggiore. Perché se è impossibile fidarsi è impossibile sapere e, a questo punto, tanto vale appassionarsi all’intreccio.
J.J. Abrams con il suo Lost ha fatto scuola nell’uso del flash back. La creazione di Glenn e Todd Kessler e Daniel Zelman rovescia sapientemente questa lezione e con la semplice scritta "Sei mesi prima", porta la narrazione su due piani. C’è un mondo in cui la linea temporale scorre a partire dall’inquietante vagabondaggio, e ce n’è uno in cui, invece, molto più velocemente, il tempo è destinato a procedere solo fino a che non si giungerà al preciso istante da cui la serie ha preso vita. C’è il mondo di Ellen, la brava Rose Byrne nominata l’anno scorso al Golden Globe, devastato, sconvolto. L’immagine in digitale è leggermente sgranata, i colori sono scuri, l’atmosfera è allucinata e allucinante. Si procede per silenzi, per salti temporali, per colpi di scena.
E poi c’è il mondo di Patty Huges, la perfida avvocato a capo dello studio Huges, una Glenn Close vincitrice per questa serie di un Golden Globe e di un Emmy. Un mondo algido, pulito, nitido, dove tutto funziona alla perfezione. Ogni cosa è al suo posto, quello che l’algida Patty gli ha dato, mantenendo la sua ansia di manipolazione in bilico tra l’ossessione e il lucido delirio.
In questa New york tipicamente legal, ma allo stesso tempo intrisa di un’aria mortifera, la piccola praticante viene assunta dallo studio più prestigioso momento, con a capo la donna più spietata del momento. Ma questo lei non lo sa.
Le due protagoniste danno vita ad un testa a testa in grado di dipanarsi nel passato quanto nel presente, nell’assenza e nella presenza delle loro persone sulla scena. Sono due entità, sono il bene e il male, la femminilità e la trasformazione androgina, sono, nostante i cavilli legali e le deposizioni, Biancaneve e la Matrigna cattiva. Solo che questa volta la figliastra ha deciso di apprendere l’arte della stregoneria, e lo ha deciso mossa dall'ambizione.
Ogni singolo dettaglio non è lasciato a caso, mobilia, abiti, capigliature, tutto lascia intendere quanto i due lati della morale stiano compenetrandosi senza rimedio. E allora è davvero agghiacciante pensare a quel volto sporco, non solo di sangue, ma anche di conoscenza, di quella conoscenza che si è scelto di bramare a tutti costi, e che non lascia, mai più, che si viva da innocenti.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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