Film al cardiopalma, che cita e attinge da classici del genere orientali e occidentali. Una perla da non far mancare alla collezione, ancora una volta un buco nella distribuzione italiana
Che dalla Corea, come dalla Thailandia, soffiasse da qualche anno un nuovo rinvigorente ed entusiasmante vento cinematografico lo si era già compreso, e questo a prescindere dall'autorialità di Kim Ki-duk e dagli estetismi di Park Chan-wook. A confermare la vitalità di una produzione che sa ancora riattivare i generi lasciando a bocca aperta anche lo spettatore più smaliziato, c'è adesso The Good, the Bad, the Weird, l'ultimo film di Kim Jee-won, i cui precedenti lavori hanno sempre ottenuto un discreto risultato, qualunque tipologia di film egli abbia affrontato, dalla commedia all'horror. Ciò che più sbalordisce, però, con questo suo non dichiarato remake seppur parafrasato nel titolo de Il Buono, il Brutto e il Cattivo di Sergio Leone, è che mentre con i suoi lavori passati Jee-won sembrava accontentarsi di una professionalità che con umiltà mirava soltanto alla buona riuscita del film affrontato, ora sfodera un inaspettato ardire formale, che lo porta a esaltare e piegare a suo piacimento forse il più codificato dei generi, il western, seppure a partire dalla peculiare rilettura del maestro italiano. Ambientato in un'afosa e desertica Manciuria, durante la guerra russo-giapponese, il film vede un cacciatore di taglie, un ladro bislacco e un feroce bandito a capo di una masnada di predoni, contendersi una mappa che dovrebbe condurre a un fantomatico tesoro. Ovvio che a bramare tanta ricchezza non siano i soli, e così saranno a loro volta braccati dagli eserciti contrapposti, dando luogo a un'irrefrenabile e pirotecnica caccia al tesoro.
Una pellicola al cardiopalma, che non lascia tregua allo spettatore, interpretata da un cast che recita costantemente sopra le righe e che vuole essere, riuscendoci, cool a tutti i costi. Non c'è una sola inquadratura in cui il regista non faccia sfoggio di una mirabile tecnica filmica, profusa a suon di arditi piani sequenza, improbabili soggettive, di un uso spregiudicato ma efficace di computer grafica e macchina a mano lanciata nel pieno dell'azione che infuria. Certo, pur se i mezzi messi a disposizione sono magniloquenti, il tutto non è sufficiente a conferire epicità alla narrazione, ma Kim Jee-woon dirige in maniera da offrire piacere all'occhio dello spettatore, il quale esce elettrizzato dalla visione complessiva di un'opera che, oltre a citare l'intera “trilogia del dollaro”, shakera in uno strabiliante mix il cinema di mezzo mondo: dal Corbucci di Django, al Carpenter di Distretto 13, le Brigate della Morte, da Sam Raimi a Tsui Hark, fino a omaggiare Il Tesoro della Sierra Madre di John Huston con cui sintomaticamente Jee-won suggella il film.
Il perché tali delizie, che fanno sfracelli ai box office internazionali e bella mostra di sé ai festival, ci vengano invece regolarmente precluse dalla cieca distribuzione italiana, resta un mistero; per fortuna di The Good, the Bad, the Weird sono disponibili sul mercato diverse edizioni in DVD, tra cui spicca quella in triplo disco della Tae Won. Un cofanetto che, oltre all'impeccabile e brillante masterizzazione e a un numero esorbitante di extra, può vantare entrambe le versioni esistenti del film: quella montata per le sale occidentali e quella più lunga di circa dieci minuti circolata in Corea.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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