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22 maggio 2012  



  • Suoni - Live - REPORTAGE
  • Il popolo di Bruce: The Boss ritorna in Italia
di Pierpaolo Festa


La sua storia d’amore con il nostro Paese è cominciata venticinque anni fa con un mitico evento nello stadio di San Siro. Oggi vi raccontiamo la nuova avventura italiana di Springsteen

Bruce Springsteen; photo LaPresse

Ormai ci chiamano People of Bruce, il nome deriva dal titolo di un documentario che la TV francese sta girando proprio nel corso del Working on a Dream Tour, incentrato sui fan e su quello che prevede l’arrivare davanti al palco del Boss.
Regola base per poter conquistare il posto in prima fila a un concerto di Bruce Springsteen: si prende un numero (che viene marchiato sulla mano) dal primo arrivato, in modo da mettersi a turno nella mitica lista. Di tanto in tanto ci sono degli appelli a cui non si può mancare, pena l’esclusione dall’elenco. Più il momento del concerto si avvicina, più gli appelli sono frequenti. A Roma, ogni springsteeniano che si rispetti si è messo in fila tre giorni prima del concerto. E, nel giorno X, davanti allo Stadio Olimpico, ci sono già oltre milleduecento persone dalle prime ore del mattino, un numero quattro volte più grande di quello visto a Dublino la settimana scorsa.
Il fatto è che il rapporto tra Springsteen e gli italiani è perfettamente simbiotico: il musicista sa bene che quella sera avrà un’audience molto calda davanti al palcoscenico e i fan si aspettano che The Boss avrà una carica extra in più e sarà capace di regalare una serata indimenticabile.
Sono quattro i cancelli dell’Olimpico, per un totale di quattro file di persone… ne vengono aperti solo tre, il che dà inizio a un vero e proprio momento di caos. Dopo essere schizzati come una pallina da flipper all’interno del terzo cancello, cominciamo la nostra lunga corsa verso il palco. Mentre percorriamo le scale degli spalti, diretti verso la transenna, ci vengono in mente due immagini: quella dello sbarco in Normandia in Salvate il soldato Ryan e Mel Gibson che in Braveheart, nei panni di William Wallace, conduce i suoi scozzesi alla guerra. Si è trattato del peggiore ingresso mai visto in questo tour.
Anche questa volta la transenna è conquistata ma, dentro lo stadio mancano ancora cinque ore all’inizio del concerto. Il sole brucia, la stanchezza sale… siamo distrutti! E quando Bruce arriva in scena sotto le note di C’era una volta il West del suo idolo Ennio Morricone, ritroviamo la grinta. L’inizio è epico, un vero film western: mentre le immagini della Monument Valley scorrono sul grande schermo, ascoltiamo Badlands e Outlaw Pete. E lui canta indossando un cappello da cowboy e interpreta questo fuorilegge sofferente.
In quanto a carica – come preannunciato – The Boss riesce a fare in una sola notte tutto quello che prevede un intero tour. Sale sul pianoforte per incitare la folla, prende bambini in braccio, tentando di farli cantare e, al momento di Dancing in the Dark, riproduce esattamente la sequenza del video con Courteney Cox, scegliendo una fortunata dalla platea e danzando con lei… tutto sotto le note della E-Street Band, davanti a settantamila persone. Pur essendo una rockstar, Springsteen non perde mai l’occasione di mostrare l’impegno: arriva, infatti, il momento dedicato all’Aquila con la canzone My City of Ruins, la stessa che suonò nel corso del Telethon A Tribute to Heroes, realizzato qualche giorno dopo l’11 settembre 2001.
Qualcuno del popolo di Bruce vi dirà che si è trattato di un concerto deludente per quanto riguarda la scelta dei brani, ma forse chi ne vede proprio tanti diventa ipercritico… Sono bastate meno di quarantotto ore per far ricredere i fan: lo Stadio Olimpico di Torino ha accolto quello che molti hanno definito uno dei concerti migliori del tour. Il piatto forte è stato Drive All Night, canzone di otto minuti continuamente richiesta dai fan. Ma sono arrivate anche My Hometown, Murder Incorporated e Backstreets, senza contare la mitica apertura su Loose Ends e il finale con Land of Hope and Dreams.
Il Working on a Dream Tour ha i giorni contati in Europa… ma in America Bruce e la Band hanno già prenotato stadi e palazzetti dello sport per altre venticinque date… Born to Run, no?






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