Tra suicidi e mostruose creature il cinema asiatico ci dimostra ancora una volta tutta la sua unicità in una pellicola perfettibile
Guardando Opapatika si ha l'esaltante sensazione che un “altro” cinema, capace di rigenerarsi all'infinito per ritornare sempre più forte e combattivo, come gli esseri dotati degli infernali e micidiali poteri della pellicola, sia ancora possibile. E che questa convinzione sia suscitata dall'ennesimo film asiatico, va da sé, trascina ulteriori spunti di riflessione sull'ostinazione con cui in occidente si continua a riproporre anacronistici e sterili prototipi estetico-narrativi, dando vita a un cinema ormai cagionevole e innocuo. Quest'opera del thailandese Thanakorn Pongsuwan è, invece, un ricostituente per gli occhi di tutti coloro che adorano mettere in discussione i propri modelli immaginifici; un vero e proprio attacco alla capacità di mantenere attiva l'illusione di realtà che il susseguirsi delle inquadrature incondizionatamente richiede.
Eppure Opapatika non si regge su una storia particolarmente originale, né si gingilla con il consunto rimescolamento dei generi che fa tanto postmoderno. Tutto sommato, se si esclude il congenito esotismo dell'ambientazione e di alcuni presupposti del racconto, e si sorvola sull'indecifrabilità delle categorie di riferimento, frutto più di una certa ingenuità che di una smaliziata programmaticità, ci si ritrova di fronte a un prodotto che, almeno per gli standard autoctoni, è un comune action, speziato con abbondanti dosi di sovrannaturale. Un film, of course, completamente avulso dai dettami del politically correct e, fondamentalmente, animato da un unico, inderogabile fine: mantenere alta l'attenzione dello spettatore, meravigliarlo e divertirlo. E ci riesce alla perfezione, nonostante alla messa in scena pesi la zavorra di momenti che, pensati per sottolineare la profonda solitudine dei protagonisti, finiscono per risultare fastidiosi siparietti didascalici dal sapore melodrammatico che nulla hanno a che vedere con il ritmo indiavolato, adrenalinico che sostiene quasi l'intera durata della visione. L'unica cosa che davvero conta in questa storia di uomini - che attraverso il suicidio e il conseguente stravolgimento del proprio karma acquistano caratteristiche che farebbero impallidire i supereroi della Marvel - è la scansione coreografica dei feroci e infiniti scontri.
A differenza dei cinecomix hollywoodiani, questo descritto da Pongsuwan è un universo privo dei dicotomici riferimenti di bene e male, e l'esclusiva regola vigente consiste nel cercare di sopravvivere ad ogni costo; la lotta permanente resta l'esclusiva prerogativa di chiunque vi faccia parte, uomo o demone che sia. Il regista riprende tutta l'azione come fosse un balletto, una danza di lame e artigli che dilaniano e amputano al suono di armi da fuoco che eruttano all'impazzata, mentre decine, centinaia di corpi cadono in ogni scena, con zampilli di sangue divengono così copiosi e irreali da trasformarsi in contrappunto cromatico agli accordi eseguiti da Pongsuwan.
Tra le diverse edizioni disponibili di Opapatika (aka Demon Warriors) è da preferirsi quella uncut della divisione tedesca Warner, che per la collana Amasia si è riservato questo disco discretamente concepito, il cui unico neo consiste nella cattiva resa dei toni scuri, maggiormente percepibile nelle numerose scene notturne. Rende trascurabile questa imperfezione la complessiva confezione di un DVD che offre un abbondante corredo di extra, tra cui spicca un esaustivo making-off atto a svelare tecniche e modalità di realizzazione che lasciano evincere la dedizione e la passione necessarie per rinnovare ogni volta l'esperienza filmica.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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