Arriva anche da noi l'opera di Julie Doucet: caricaturale, imprevedibile e schietta. Un viaggio oltre la storia ma dentro la società
L'albo con cui viene pubblicata per la prima volta in Italia un'opera di Julie Doucet ha un titolo sintomatico: New York Diary. È infatti un intimo e bruciante resoconto degli anni trascorsi nella Grande Mela, dove l'autrice nata nel Quebec francofono si recò nei primi anni Novanta dopo essersi meritata l'Harvey Award come miglior nuovo talento del fumetto.
Una graphic novel autobiografica per un'artista che da anni dichiara di aver completamente abbandonato la nona arte per dedicarsi a una poliedrica produzione grafico-pittorica, mantenendo comunque fede alla prerogativa, già così esplicita nel suo lavoro sequenziale, di cogliere e raccontare le sfumature del vivere quotidiano, e che in New York Diary si esplicita attraverso tavole straboccanti di dettagli apparentemente insignificanti e un disegno “caricaturale” dei personaggi. Attitudini stilistiche che ben si armonizzano con la predisposizione della Doucet a ritrarre gli aspetti banali, imbarazzanti e ridicoli del carattere e dell'agire umano. Impietosa anche verso se stessa, la versatilissima artista infatti, narra con sconcertante disinvoltura il suo sradicamento culturale, la scoperta del sesso, le incomprensioni e delusioni amorose, le aspettative riposte nel proprio lavoro artistico, il consumo di droghe e gli scompensi dovuti alla malattia.
Poco importa alla Doucet se durante la sua esperienza newyorkese si andavano consumando gli ultimi scampoli di una stagione entusiasmante e turbolenta per la cultura americana: la disegnatrice decide, attraverso un pugno di vignette e alcuni distratti dialoghi, di relegare sullo sfondo le manifestazioni eclatanti di un'epoca a favore di un vissuto fatto di incontri tanto casuali quanto incisivi, di situazioni tanto usuali quanto coinvolgenti. E seppure l'autrice canadese rifugge dal sensazionalismo della violenza che permeava la scena musicale e immaginifica allora coeva, eredita un approccio post-punk che le permette di illustrare con schiettezza e livore ciò che la circonda, indulgendo sulla miriade di oggetti che permeano la nostra esistenza e a cui abbiamo delegato il nostro status identitario, e con cui la Doucet dissemina ogni vignetta della storia. Una visione acida e dissacrante dell'esistenza che si evince anche dallo stile volutamente sgraziato e istintivo qui adottato dall'ex fumettista, che in alcuni momenti spiazza il lettore concedendo spazio a personali riflessioni, acuminate e dolorose.
Queste le caratteristiche sostanziali che garantirono alla Doucet l'apprezzamento di autori del calibro di Art Spiegelman e Charles Burns, nonché giungere nel 1999 alla pubblicazione di New York Diary per la famigerata Drawn & Quarterly. Un libro a fumetti assurto giustamente a rango di cult, per sensibilità e acutezza avvicinabile alle storie di Phoebe Gloeckner, altra disegnatrice umorale e naïf che, non a caso, può vantare un mentore come Robert Crumb, il maestro indiscusso delle produzioni underground che nelle pagine della sua rivista Weirdo ospitò i primi lavori della Doucet.
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