• Visioni - Cinema - Interviste
  • Intervista a Nicolas Cage
di Alessandro De Simone


Il cattivo tenente di Herzog ci ha intrattenuti alla 66. Mostra d'arte Cinematografica di Venezia, raccontandoci la genesi del suo personaggio

Immagine

Nicolas Cage è uno di quegli attori che non ti aspetti. Nipote di Francis Coppola con cui ha iniziato la sua carriera in film come Rusty il selvaggio e Peggy Sue si è sposata, Cage negli Novanta è stato il più redditizio eroe d'azione del cinema americano, concedendosi però anche il lusso di vincere un Oscar per Via da Las Vegas di Mike Figgis e di lavorare con registi di culto come John Woo. Gli ultimi anni della sua carriera sono stati caratterizzati da successi clamorosi come il fortunato franchise prodotto da Jerry Bruckheimer sui misteri della storia americana e da film sbagliatissimi come Ghost Rider e Segnali dal futuro.L'incontro con Werner Herzog ci ha però restituito il Cage attore a tutto tondo, capace di un'interpretazione di altissimo livello in Cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans, e proprio di questa sua magnifica performance abbiamo parlato incontrandolo durante la 66. Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia.

Mr. Cage, cos'è il Male per lei?
Devo dire che non ho approcciato il film con l'idea di dover tratteggiare il male a ogni costo. Questa è un'opera esistenziale che racconta delle scelte che si è costretti a fare in alcuni momenti della vita che possono essere definite sbagliate e che alla fine, paradossalmente, premiano comunque. Terence non è buono o cattivo, così come questo non è un remake. Abel Ferrara è un grande regista e Harvey Keitel un mio ottimo amico, ma il loro film aveva una fortissima impostazione giudaico-cristiana e affrontava direttamente il concetto di colpa. Il mio è un poliziotto che vive la strada e che utilizza ciò che incontra per risolvere i problemi della sua vita. Con questo non voglio dire che non ci sia una componente spirituale nel film, ma è completamente diversa.

Ho trovato molto interessante la scelta dell'arma di Terence, una 44 Magnum. L'ha scelta lei?
Quando ho iniziato a lavorare sul personaggio mi sono concentrato su due aspetti principali. Uno era ovviamente il suo modo di muoversi, conseguenza dell'incidente iniziale e del problema alla schiena. La scelta dell'arma è stata una conseguenza legata alle paranoie del personaggio.

Ci può parlare in maniera approfondita della costruzione del personaggio?
Mi sono basato molto sulla musica, così come per tutti i miei personaggi. Ho cercato di dare dei ritmi a Terence e alle sue movenze, ho preso delle parti di dialogo e ho cercato di trasformarle in musica. Il fatto che il film sia ambientato a New Orleans è importante, perché mi sono ispirato allo spirito del jazz di New Orleans. Io amo il jazz di Miles Davis, che conosco bene e che è basato sull'improvvisazione, proprio come il jazz di New Orleans, ed è quello che ho fatto: improvvisare, anche con Eva, sapendo che Werner avrebbe accettato tutto di buon grado.

New Orleans è una città magica, tutti i film ambientati lì hanno un'atmosfera molto particolare...
New Orleans è un posto incredibile. Io sono nato a Los Angeles, ma New Orleans è la città dove sono rinato. Ci capitai in seguito a una storia personale molto difficile della quale preferisco non parlare e quando l'ho vista la prima volta ero spaventato e allo stesso tempo affascinato. Tornarci, soprattutto dopo il disastro di Katrina, mi metteva a disagio. È una città storica, un miscuglio di culture e un luogo con un'energia fortissima e credo che sia lei la vera protagonista del film.

Che rapporto c'è tra Via da Las Vegas e Cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans?
L'approccio che avevo usato per il personaggio di Via da Las Vegas era più pittorico che musicale e comunque molto più realistico, magari mi facevo un paio di bicchieri prima di iniziare a girare, il mio  punto di riferimento era Albert Finney in Sotto il vulcano, la figura di questo straordinario attore, forse completamente ubriaco, forse no, che cammina per le strade di questo paese messicano era straordinaria. Per Cattivo tenente è stato più difficile, prima di questo film erano cinque anni che non toccavo un goccio d'alcool, quindi ho dovuto affrontare dei fantasmi, ma non volevo che fossero loro a dominare la mia interpretazione, e per fortuna non è stato così. Poi anche il rapporto con le due città è stato completamente diverso.

Com'è stato lavorare con Werner Herzog?
Werner è un professionista concentrato che ha una grande fiducia in se stesso. Riesce a girare scene anche molto lunghe con una sola ripresa e con un paio di ciak porta a casa ciò che vuole. Abbiamo lavorato molto bene insieme, non so come fosse il suo rapporto con Kinski, se tutte quelle storie sono vere o se si tratta solo di trovate da ufficio stampa, perché per quanto mi riguarda mi sono trovato magnificamente. La cosa divertente è che per tutto il film mi ha ricordato mia nonna, anche lei tedesca, c'era qualcosa nel suo accento che me la ricordava. Quando mia nonna parlava, a causa del suo accento non capivo molto di quello che diceva e questo mi faceva sentire terribilmente frustrato, anche perché la amavo moltissimo. Werner ha un inglese perfetto, quindi capivo sempre perfettamente quello che diceva, ma ogni tanto non riuscevo a cogliere il suo punto di vista immediatamente e questa cosa, unita al ricordo di mia nonna, mi frustrava un po' anche sul set. Non ho mai detto a Werner che mi ricordava mia nonna, ma direi che il nostro film ha funzionato alla grande lo stesso.

Guardando la sua carriera e pensando anche al futuro, come considera il suo lavoro?
Ho un rapporto di amore-odio con questo mestiere. Quello che ancora mi piace è prendere qualcosa di negativo e farlo diventare positivo, sarebbe potuto essere lo stesso con una qualunque altra forma d'arte, ma recitare è ciò che so fare. So di non essere più la stessa persona di quando ho cominciato trent'anni fa a quindici anni, oggi ne ho quarantacinque e ho fatto moltissime cose, ma prima o poi mi piacerebbe potermi fermare e dedicarmi a una vita esclusivamente contemplativa; magari capiterà, tra venti o trent'anni. Quello che sicuramente non mi piace di questo mestiere è la sua vanità, dai red carpet all'esibizionismo e al fatto che tutto quello che diciamo va a finire sui giornali come se fossero cose di grande importanza. Magari le cose che hai da dire tu sono molto più interessanti di quello ho da dire io, ma le convenzioni del nostro mestiere prevedono una politica dell'immagine che ci rende diversi da quello che siamo.





Commenti (1)

Inserisci il tuo commento

Immagine con il codice di verifica