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  • Survival of the Dead
di Federica Aliano


La vena creativa di Romero non si esaurisce mai, tanto che il regista degli zombie riesce ad avviare una nuova era, un anno zero dei morti viventi che promette grandi cose per il futuro

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Il merito più grande di George Romero è quello di aver preso un mostro classico, lo zombie, e di averne trasformato l'epica, ripensandolo a tal punto da farlo diventare un altro mostro, ormai altrettanto classico e avente un'altra epica, lo zombie alla Romero, per l'appunto. Fin qui niente di nuovo, e infatti se il maestro dei morti viventi si fosse fermato sullo stesso punto, ci sarebbe anche potuto venire in mente che, a quasi settant'anni, non avesse più molto altro da dire. Invece con questo Survival of the Dead, Romero afferma nuovamente se stesso, in un discorso sempre più politico che si aggiorna e si rinnova, degno delle grandi menti, quelle dotate di un'apertura derivante dall'osservazione del mondo che ci circonda con una sensibilità peculiare e personalissima.
Muovendo i passi direttamente da Diary of the Dead (e non solo perché i soldati protagonisti incrociano i ragazzi con la videocamera, ma anche e soprattutto perché la storia prende l'avvio dalle tematiche finali di quel film), questo nuovo capitolo apre dei nuovi interrogativi, di convivenza e tolleranza, quasi come se ci dovessimo rassegnare alla decadenza come faceva il protagonista del bellissimo romanzo Io sono leggenda. Ma la verità è che tale decadenza è già in mezzo a noi e dentro di noi.
Horror con scene splatter degne di un film da sabato pomeriggio degli anni '80, Survival of the Dead ha anche la struttura di un western, con due capi bifolchi e ottusi, per essere buoni con le definizioni. Di certo, la qualità del film è inferiore a quella del precedente, ma le tematiche toccate sollevano nuove, inquietanti e infinite domande. La riabilitazione di un morto vivente, con brutali esperimenti e sbrigative soppressioni dei "capi di bestiame non addomesticabili", non funziona perché è imposizione coatta, ma se è il morto vivente a poter scegliere, magari potrebbe nutrirsi d'altro anziché di carne umana. E questo aspetto - a parte il fatto che sancisce un anno zero, l'inizio di una nuova epoca che speriamo il maestro voglia presto raccontarci - richiama inevitabilmente alla mente le saghe odierne su un altro mostro classico: il vampiro.
A parte l'orrenda saga di Twilight, in questo periodo non sono pochi i romanzi, le serie TV e i film che ci raccontano di vampiri che scelgono di nutrirsi di qualcosa di diverso dal sangue umano, un po' come se fosse il tema del momento, come se il mostro fosse il nuovo altro da integrare nella società, come dice Alan Ball. Non mi sorprenderebbe affatto apprendere che Romero abbia letto quei romanzetti da due soldi e che dal tema di base abbia tratto un'ispirazione più alta e di ben più ampio respiro...
Ma oltre questa piccola curiosità, se mi trovassi di fronte Romero ora, non avrei altro da chiedergli, perché il padre del nuovo zombie, che ormai è entrato nella terza età, conserva ancora quel tocco fresco e chiarissimo, quella limpidezza di racconto sempre più rara, per cui ogni aspetto del suo discorso è cristallino e non necessita ulteriori spiegazioni da parte sua. Siamo noi, semmai, che dobbiamo digerirlo come le viscere crude dei pasti nudi dei suoi ritornanti.






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