Una conversazione con l'eclettica artista e sul suo più recente progetto, Graffa, le cui opere originali sono in mostra in questi giorni a Milano
Sguscia da ogni classificazione Elena Rapa, artista che ama compiere incursioni in ogni ambito espressivo, attitudine che l'accomuna più agli esponenti della scena americana che a quella italiana. Fumetto e pittura sono i media che più di frequente la vedono coinvolta, ma anche pratiche come il ready-made e la customizzazione le consentono di esprimere il suo mondo onirico, abitato da creature proteiformi, suggestive e inquietanti. Difficile immaginare superficie su cui Elena non abbia visto impresso il suo peculiare segno, dalle tele alle t-shirt, dagli skate allo scafo di una barca, passando per le copertine dei dischi e i lavori realizzati per le più svariate fanzine e riviste dedicate ai nuovi fermenti estetici. E numerose sono le collaborazioni con galleristi, musicisti e amici con cui dà vita a realtà in cui artisti e fruitori hanno modo di incontrarsi e condividere un flusso di stimoli corroborante e sinergico.
Anche Graffa, il nuovo progetto nato da un'idea di Elena Rapa e Laura Giardino, mira a travalicare i confini tra supporto cartaceo ed evento espositivo con modalità e mezzi tanto semplici quanto ingegnosi: in occasione del primo evento pubblico previsto per l'operazione Graffa, abbiamo intervistato Elena con la quale abbiamo cercato di definire un profilo della sua cangiante attività creativa.
Sei un'artista molto eclettica, praticamente ti esprimi con ogni strumento che hai a disposizione; quali sono i criteri che ti fanno scegliere il medium da utilizzare, ce n'è uno che preferisci in particolar modo e verso il quale credi di avere una maggiore propensione?
Grazie per l'eclettica! Comunque penso che quella da te notata sia una caratteristica abbastanza comune a gran parte dell'arte dal Novecento a oggi: i dadaisti per primi iniziarono a giocare e utilizzare tutti i supporti, e così hanno allargato il campo d'indagine verso svariati mezzi, anche quelli che a loro tempo venivano considerate arti minori o applicate come la grafica. Personalmente questa "propensione" alla sperimentazione è intima e spesso motivata dal “dato umano”: credo fermamente nelle potenzialità insite nelle collaborazioni e nel reciproco sostegno attraverso le rispettive competenze, come ho potuto constatare quando mi è capitato di fare illustrazioni e grafiche per gruppi musicali e di teatro, prendere parte a fanzine di fumetto o customizzare skate e magliette. E poi, sinceramente, far sempre la stessa cosa mi annoia e d'altra parte quando vedi un qualsiasi bell'oggetto di forma curiosa, o un pezzo di legno ben rovinato, è dura non prenderlo per farci qualcosa e lasciare per un momento la tela da parte. Dopo che si è acquistata una certa destrezza con un linguaggio, utilizzarne per troppo tempo i codici mi appesantisce il lavoro, e si rischia anche di diventare pigri perché le cose vengono tanto velocemente e bene che, secondo me, si evita poi di sperimentare se non entro i limiti del proprio stile. E tra l'altro questo è quello che ti richiede il mercato: riconoscibilità e pulizia formale.
Anche le tue collaborazioni sono tante e molto diverse tra loro, come fai a capire quando è il momento di condividere un'idea o un progetto? Cosa ti spinge a tali, sinergiche esperienze?
È l'amicizia di solito ciò che genera una proficua collaborazione, permettendo la realizzazione di progetti che generalmente partono, hanno una loro storia e una loro dignitosa fine. Quando capitano progetti di collaborazione senza carburante invece, si inizia e prima o poi si abbandonano perché non ci si chiarisce o confronta, e questo non va bene, penalizza il progetto stesso e inaridisce il lavoro. Devo aggiungere che non sempre ho avuto fiuto e questo in particolare è stato l'anno in cui in merito alle interazioni ho compiuto più sbagli. Dall'esperienza fatta, però, ho compreso che non bisogna collaborare mai più con un qualsiasi privato senza prima avere in mano un contratto; mai dar fiducia a privati o galleristi, specialmente se percepisci nel loro agire qualche ombra. Per amore e passione della propria vena espressiva va bene essere scevri da certi intenti, ma con il lavoro occorre essere cauti. Viceversa occorre dare tutto il possibile quando si collabora con gente “ganza”, amici e amiche di cui ti fidi e di cui stimi anche il lavoro.
Come sei arrivata alla pittura? Da dove prendono origine le creature che abitano i tuoi dipinti?
L'idea che un giorno avrei preso a dipingere mi ha sempre gasata tanto, sapevo che avrei fatto questo, anche se poi ho iniziato tardi. I primi tentativi risalgono all'estate prima che iniziassi a frequentare l'Accademia, anche se già al tempo delle superiori mi esercitavo con il disegno decorando “ReLucertola” e contornando le poesie con improbabili caratteri grafici, come anche gli zaini Invicta e i diari delle amiche! Poi in Accademia, a Macerata, scelsi la sessione pittura. Ricordo che al professore non piaceva che io facessi quelle che lui chiamava "illustrazioni dipinte sulla tela”, perché secondo la sua visione da paesaggista classico ciò non era da considerarsi pittura. Ovviamente non ho mai condiviso questo suo modo di intendere e classificare i generi che ho subito avvertito come antiquato. I miei personaggi sono frutto - come per tutti i bambini nati figli unici e restati tali - di una passione solitaria maturata dalla voglia di avere compagnia, fosse essa di esseri, umanoidi, animali oppure oggetti; l'importante è questi dicano o facciano qualcosa. C'è qualche artista in particolare che ha avuto un'influenza sul tuo stile?
Tantissimi, ma ti parlerò per triadi: per quanto concerne il mondo dell'illustrazione per l'infanzia reputo magnifici Oda Taro, Altan e Richard Scharry, per la pittura Mark Ryden, Bosh e Cosmè Tura; per il fumetto Miguel Angel Martin, Daniel Clowes e Charles Burns. Inoltre mi hanno molto influenzato le generazioni italiane a me vicine, con autori degli anni Ottanta e Novanta come Scòzzari, Prof. Bad Trip, Zattera, Dast e Toffolo. Per quanto riguarda i miei coetanei, la lista si dilata oltremodo perché ci sono tante persone creative che mi danno tanti stimoli, specialmente ora che siti, blog e social network (anche se, per pigrizia, ne faccio un utilizzo abbastanza limitato) mi hanno permesso di entrare in contatto con persone che altrimenti non avrei mai incontrato.
Vuoi illustrarci i momenti e le fasi di realizzazione di un tuo quadro? Come procedi normalmente nella stesura di una tela?
In estate e nei periodi in cui ho poco da fare mi dedico alla fase "esplorativa". Accumulo materiale e faccio tutto ciò che mi viene in mente su qualsiasi cosa: raccolgo quegli scarabocchi e appunti che più mi ricollegano a un filo conduttore intrinseco alle forme o ai segni che ho in testa e dopo un po' faccio un riassunto tematico. Poi, in modo grossolano, definisco le serie per personaggi, i paesaggi e le atmosfere, e infine parto con la realizzazione di una serie di lavori. Per una tela, in linea di massima, parto con un bozzetto tenendo sottomano del materiale (libri, giochi, oggetti iconoclasti) e poi scelgo la tecnica da utilizzare. Di solito uso matite e fusaggine, e spesso, per motivi a me ignoti, salto un passaggio importantissimo: immancabilmente infatti, dimentico di preparare la tela stendendoci il gesso, cosa che poi faccio soltanto a pittura iniziata. Infine, in base all'atmosfera che voglio comunicare, utilizzo acrilico o olio, e se ho bisogno di descrivere degli sfondi profondi, dopo l'acrilico parto con il bitume e leganti grassi che possono rendere profondo anche un piatto bianco. La cosa migliore, anche se purtroppo questo non è sempre possibile, sarebbe poter tornare sul quadro a distanza di mesi; questo impulso è il motivo per cui un quadro, se tra un'esposizione e l'altra mi ritorna tra le mani, lo modifico. Benché cosciente del fatto che questo mio fare non sia un modus operandi del tutto professionale, perché è poi facile che il quadro esposto non sia nemmeno uguale a quello stampato per il catalogo, è più forte di me l'istinto che mi induce a effettuare modifiche sulla tela è più forte di me.
Anche attraverso il fumetto e il disegno esprimi un mondo insieme fantastico e oscuro. Cosa pensi dell'arte sequenziale in generale e che rapporto hai con essa?
Mi piace tanto leggere fumetti e libri illustrati e amo entrambi i generi, ma secondo me sono più portata a esprimermi attraverso l'illustrazione, i cui tempi narrativi congelati in cui la storia si muove come una cavia in gabbia e rimbalza contro un vetro per ritornare al centro dello spazio... narrativo. Il fumetto come genere è per gente meno iconoclasta e, non sempre, ma spesso, chi viene dalla pittura preferisce parlare per tempi bloccati e per immagini riassuntive più affini all'illustrazione. Hai preso parte a molte mostre e organizzato tanti eventi, qual è secondo te il diverso modo di percepire un'opera di un autore in un contesto diverso, in una personale o in una collettiva?
Quando si prende parte a una collettiva penso siano importanti la percezione, positiva o meno che sia, di chi condivide con te gli spazi dell'esposizione, ed è l'interazione che si crea tra le opere e l'allestimento nel suo insieme a scandire l'umore dell'evento. Quando invece si è coinvolti in una personale sei solo e tutto finisce lì... mentre per le collettive è sicuramente più dura. Spesso capita che ti mettano con gente di cui ti fa proprio schifo il lavoro o che ti sta antipatica, e in questo caso la mia opera diventa orfana, io smetto di volerle bene ed evito pure di andare alla mostra. Quando invece si è tra amici o si sta con gente forte, la collettiva ha un senso e una marcia in più, perché si genera una situazione che rende quel momento unico. Mi viene in mente l'Art Shake del 2008, un festival di arte shakerata, appunto, che si tiene a Termoli ed è curato da Emanuela De Notaris. Lì non ci si conosceva reciprocamente se non di nome, ma si creò un gruppo collaborativo che rese quella kermesse unica. Solo quando si ha un frizzante e divertito allestimento di gruppo si può veramente parlare di esperienza artistica sincera e vitale.
Parlaci del tuo ultimo progetto, Graffa...
Ora devo dividere la tastiera con Laura Giardino, l'altra “graffetta”, colei che con me ha ideato il progetto e che cura tutto l'aspetto grafico. Graffa è una fanzine monografica di illustrazione, che coinvolge fumettisti, disegnatori e pittori. Gli autori si avvicendano in step di due settimane partendo da questo 15 settembre. Graffa è per 10 pagine fanza di disegno e/o fumetto e per 10 uno spazio interattivo dove ogni artista propone al proprio lettore una serie di giochi ed espedienti grafici. Questa ambivalenza tra uno spazio in cui ogni artista esprime il proprio universo e uno ludico dal nostalgico sapore infantile ci sembrava una cosa sopratutto divertente, e questa è la molla che ci ha spinte a concepire Graffa. Il nostro progetto non avrebbe avuto possibilità di esistere senza il supporto della Piscina Comunale, lo spazio scelto per esporre le tavole delle prime sei monografie che compongono Graffa. Bisogna poi aggiungere che la Piscina Comunale non è solo uno spazio espositivo, e che durante il giorno funge da copisteria, un luogo che diventa imprescindibile per la sua valenza comunicativa. Adriano Pasquali, il proprietario e gestore dello spazio, nonché “CapoGraffo”, ci consente di usare i locali per la mostra. E siccome Graffa vorrebbe arrivare anche a chi artista propriamente non è, pensiamo di aver scelto un luogo idoneo allo scopo.
Graffa si sostanzia dei principi dell'autoproduzione ed è convinta che per diffondere una buona idea e un buon prodotto basti molto meno di quello che possa sembrare: non tanto, quindi, un formato pazzesco su carta altrettanto ricercata, ma anche e solo dei buoni disegni, e di questo ne sarebbe contento anche il nostro beneamato Scott McCloud. Il settimo numero di Graffa sarà un'uscita Special di disegni a Quattro Zampe, con una selezione dei lavori più “graffiati” realizzati dagli autori in collaborazioni con i lettori che vorranno spedirci i loro lavori. I primi artisti chiamati a partecipare al nostro progetto sono Massimo Giacon, che realizzerà il numero zero, Paolo Moretti/Pentolino, Davide Toffolo, Laura Giardino insieme alla sottoscritta, Allegra Corbo e Andreco. La seconda serie graffetterà altri fantastici autori ed autrici del verde sottobosco italiano... Non mancate!
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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