• Visioni - Fotografia - Interviste
  • Conversazione con Samuele Pellecchia
di Daniele Federico


Il direttore dell’agenzia Prospekt ci ha parlato del mestiere di fotogiornalista e della mancanza di “sfiga” nei reportage pubblicati sull’Italia

Il logo dell'agenzie Prospekt

Samuele Pellecchia, 37 anni, fotografo, è il direttore di Prospekt, una piccola-media agenzia fotogiornalistica italiana formata da 16 fotografi dislocati in varie zone del mondo.
Pochi giorni fa (10 settembre 2009) hanno aperto il loro nuovo studio a Milano.

Chi inizia il mestiere di fotogiornalista da subito cerca di intraprendere viaggi in paesi lontani Africa, piuttosto che nei Balcani o in Medio Oriente. Ma spesso fatti importanti accasono anche a pochi passi da casa nostra. Tu credi che ci sia un momento in cui sia importante e doveroso viaggiare o non è sempre così necessario per iniziare?
Ci sono vari fattori che spingono al viaggio. Prima di tutto esiste una modalità, che poi i giornali amano molto, e che è quella di parlare delle cose negative nel mondo. Se parliamo del fotogiornalismo d’inchiesta o di quello documentaristico, l’oggetto principe qui a Perpignan, è molto più facile che un giornale italiano ti pubblichi una storia drammatica raccolta nel terzo mondo che una fatta in Italia.

Questa considerazione sembra quasi un aggiornamento dei criteri di notiziabilità.
Sì, esatto. Questo è sicuramente uno dei motivi. In più c’è da dire che in Italia manca una tradizione forte d’insegnamento del fotogiornalismo. Tutto passa a mo’ di bottega, al cotrario di altre nazioni dove ci sono addirittura delle università di fotogiornalismo, vedi gli Stati Uniti, la Danimarca o l’Inghilterra. Ad esempio uno dei nostri fotografi è docente alla scuola di Aarhus, fra le migliori in assoluto dell’Europa. L’altro motivo è che nel momento in cui si parte dalla cronaca per iniziare a raccontare non più con singoli scatti, ma con un racconto fotografico, che è la grossa differenza, si tende a cambiare completamente ambiente e situazione. Lo si fa per ricercare quei temi tipici dell’alto giornalismo, dei premi, dei concorsi. Non a caso, io credo che tutti noi fotogiornalisti italiani siamo passati dalla Palestina. È uno di quei “luoghi di formazione”, come lo sono i Balcani: molti dei fotogiornalisti più bravi di oggi hanno compiuto dei salti, nel loro lavoro quando hanno seguito le guerre balcaniche e si sono confrontati con un altissimo livello internazionale. Spesso si sono formati sul campo, stile: butta il bambino in acqua che impara a nuotare. Infine c’è un fattore di esterofilia che è molto forte. Da noi esistono due grandi agenzie che si sono occupate di fotogiornalismo, per lo più loro si sono occupate di distribuire i grandi reporter internazionali in Italia, che chiaramente trattavano le varie zone del mondo. Questo fatto ha inciso ancora di più sull’argomento “esteri” e meno sull’Italia. L’ultima constatazione da fare è che sull’Italia dal punto di vista della documentazione c’è pochissimo. Tutti, ormai da quasi cinque o sei anni, si riempiono la bocca con: “Dobbiamo raccontare l’Italia”, però poi ci si scontra con il fatto che i giornali stentano a pubblicare reportage sul nostro Paese.

All’estero non si pubblicano i lavori sull’Italia?
Sì, anche se noi, come gli altri, siamo vittime di certi stereotipi, per cui se parlo del Burkina Faso voglio vedere certe cose, se parlo della Nigeria, voglio il Delta del Niger... Se tu vedi di cosa si parla dell’Italia all’estero vedi tanto gossip, anche perché abbiamo un sistema politico che è rientrato perfettamente nel gossip. Puoi parlare di politica parlando di gossip e poi dei nostri marchi: la moda, la ferrari, Valentino Rossi... Oppure si parla di fatti eccezionali come la tragedia a l’Aquila.

Un momento delle proiezioni serali al Visa pour l'Image 2009. Sequenza su Berlusconi e il G8.

Quest’anno abbiamo Berruti qui a Perpignan, che ricordiamo per aver fatto il lavoro su una delle periferie di Roma.
Assolutamente, quello è un bellissimo lavoro. Massimo, ma ne posso citare tanti di fotografi che continuano a fare degli ottimi lavori sull’Italia. Conosciamo dei bellissimi lavori sul nostro Paese, su temi sociali molto forti, che non sono mai stati pubblicati, perché: “della sfiga non vogliamo parlare”. E ho usato questo termine perché è quello che più di una volta mi sono sentito rispondere dalle redazioni. Capisci che: ci si lavora, le cose si fanno, però è anche difficile dedicarsi a una cosa che non si vende mai, non vivi.

Però se Massimo Berruti avesse proposto lo stesso reportage sulla periferia di Roma, in un momento precendente della sua carriera, magari non sarebbe uscito con lo stesso clamore, ma grazie a tutta una serie di sue pubblicazioni e alla vittoria di premi come il Word Press Photo, quel reportage è diventato un bel esempio.
Sicuramente Massimo l’ha proposto anche all’inizio, senza successo. É proprio così. Ad esempio se tu pensi a qual è la situazione del lavoro in Italia da due anni e se vedi la quantità di reportage che viene pubblicata sul tema lavoro, capisci che qualcosa non va. Dopodiché la situazione del lavoro è difficile anche in altri paesi europei e non capisco perché la Francia dovrebbe parlare dell’Italia. Succede così che di disoccupazione in Italia non si parla, almeno finché cinquanta lavoratori s’incazzano (ma tanti si sono incazzati, ricordiamo i casi di Pomigliano e Termini Merese) però sino a che quelli della Innse non sono arrivati a una lotta estrema e macroscopica nessuno aveva parlato di loro. Oppure prendiamo i lavoratori dell’Alfa Romeo a Viarese: esistono dei meravigliosi lavori fotografici. Per citarne alcuni: Lucio Cavicchioni, Alessandro Tosatto, Dino Fracchia, Carlo Cerchioli non hanno mai piazzato i loro ottimi reportage, neppure in anni passati in cui un poco si parlava delle proteste, almeno a livello locale. Negli ultimi anni più nulla, c’è pochissimo. Oppure si parla dei disoccupati a Napoli, tutti giovani, carini che simpaticamente si arrangiano, che siamo tutti creativi, etc... E la situazione dell’immigrazione? Il sistema politico ha voluto che diventasse un’emergenza per puro interesse. L’immigrazione è un tema su cui quasi tutti i reporter si sono confrontati. Solo in questi due giorni qui a Perpignan ogni portfolio che ho visionato trattava di immigrazione.
È più interessante parlare degli etiopi in Israele o degli afgani a Patrasso?

Ci sono dei giornali italiani che ti piacciono? Quali?

Ci sono dei giornali che talvolta pubblicano roba interessante, altre volte inguardabile. I riferimenti in Italia sono: D di Repubblica, Io Donna, Internazionale che per sua natura parla di estero, Diario che ha avuto una tradizione vera d’inchiesta sull’Italia, molto buona adesso questa formula mensile monotematica con cui pubblicano reportage anche di venti pagine, sono i soli da noi a farlo; lo faceva D quando aveva tanta pubblicità, ma oggi con la scarsa fogliazione gli riesce più difficile. C’è ovviamente L’Espresso di cui però non amo tanto questa nuova grafica perché uccide un po’ la fotografia e la costringe a sovrapporre più immagini; ha questo portfolio centrale che potrebbe essere un altro importante spazio di approfondimento e vorrei che venissero trattati temi per me più interessanti a livello sociale, gli stessi che vengono approfonditi nelle altre sezioni; ogni tanto escono con una storia, ma difficilmente ciò avviene se non viene fatta da nomi molto noti. Il Sole24ORE è un bel giornale graficamente e pubblica anche bei reportage, poi c’è Marie Claire e ovviamente Vanity Fair.Quasi tutto il resto dei magazine tende ad alleggerire, si parla di argomenti leggeri, positivi, con la scusa che sia quanto richiesto dal pubblico.

Samuele Pellecchia, direttore dell'agenzia Prospekt. Photo: Daniele FedericoQuesto è il momento dell’esplosione della fotografia nel multimedia. É importante acquisire nuove competenze di video editing, sonoro, etc... o meglio concentrarsi sempre sulla fotografia per chi fa questo lavoro?
Il multimedia è un modo di mostrare il lavoro, dopodiché le foto devono essere belle. Noi abbiamo appena fatto un prodotto sulla cortina di ferro e abbiamo messo insieme diverse competenze, lavorando con i giornalisti e il cooridinamento di Peace Reporter, Matteo Scanni come regista video e con Becco Giallo per i fumetti. É venuto con noi Davide Toffolo. Il linguaggio è già evoluto e non basta più la bella musichetta con le foto: devi avere un buon audio, un tappeto video per intervallare (come fa il NYT), capacità di montaggio, ma sempre e comunque la fotografia deve essere di livello altissimo.

La fotografia sul web, vive nel Multimedia. Ma come si fa a tenere su questa macchina?
Mediastorm fa questo servizio e il cliente può essere il fotografo, l’agenzia internazionale, l’Ong, l’Istituzione, dopodiché la produzione di Mediastorm è molto maggiore di quella che vediamo online, ha un contratto con un editore. Online vediamo solo la parte fotogiornalistica.

www.prospekt.it












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