Un'opera eccitante e feroce, il secondo capitolo firmato Rob Zombie sviluppa il potenziale e fa fruttare i semi del film precedente
Allo stato attuale dell'esigua filmografia di Rob Zombie, sembra potersi formulare una curiosa similitudine tra la modalità creativa del regista e il principio di funzionamento di un Diesel. Ogni progetto cinematografico fin'ora concepito dal rocker si articola infatti in un ideale dittico di cui il primo titolo potremmo definire di “compressione” e il secondo di “iniezione”, proprio come le caratteristiche fasi che si alternano nel motore ad accensione spontanea. Anche la resa dei due sistemi, quello meccanico e quello visionario, si apprezza appieno soltanto sulle lunghe distanze. La Casa dei Mille Corpi, la pellicola d'esordio con cui Zombie rivisitava un classico del genere quale Non Aprite quella Porta, lasciò subito intuire l'immaginario di riferimento dell'autore e la carica di violenza che avrebbe permeato il suo cinema. Svaniti i primi entusiasmi, però, restava l'impressione che, tutto sommato, si trattasse di un'opera suggestiva ma incompiuta, una sorta di camera di compressione, appunto. Soltanto con il sequel, La Casa del Diavolo, il regista inietta nei già roventi presupposti horror una miscela di elementi romantico-crepuscolari per avviare una combustione, un capolavoro, ad alto tasso energetico.
Analogo procedimento sottende la personalissima rivisitazione che Rob Zombie ha effettuato nei confronti dello psycho-killer ideato da John Carpenter: con Halloween The Beginning si conferma la forza espressiva del regista, che scinde il film in una prima, entusiasmante parte in cui descrive l'adolescenza disfunzionale di Michael Myers, realizzando un pezzo di cinema da antologia, per poi arenarsi in una seconda parte in cui si ricalcano pedissequamente scene e sequenze dall'originale e si procede troppo a lungo per accumulo di situazioni stereotipate. Ancora una volta un film che convince a metà. È con Halloween II, invece, che Zombie sviluppa appieno il potenziale destabilizzante insito nelle premesse e nel finale della pellicola precedente, declinandole secondo estetismi allucinanti, confezionando un'opera eccitante e feroce.
La storia ha inizio con una lunga e concitatissima sequenza che annuncia il ritorno di Michael nella cittadina di Haddonfield per completare la sua spietata vendetta e uccidere la sorella Laurie, l'unica componente della famiglia Myers ancora viva. Una premessa alquanto scontata e che, in effetti, ricalca quasi del tutto l'incipit dell'Hallowen II: il Signore della Morte diretto nel 1981 da Rick Rosenthal: stessa ambientazione ospedaliera e stessa atmosfera claustrofobica. Verrebbe da temere il peggio, al massimo una sequela di efferatezze da bassa macelleria per una serata all'insegna del brivido a buon mercato, non certo una fruizione memorabile. Ma bastano pochi minuti a Zombie per cambiare completamente le carte in tavola, e il gioco si fa maledettamente inquietante. Percorrendo binari inconsueti per il genere horror, approdando nientemeno che in territori hitchcockiani, Halloween II riesce al contempo a essere una pellicola rabbiosa ed elegante, a offrire un profluvio di sangue e sottili rimandi metalinguistici. Lentamente, e inesorabilmente, ci si accorge di sprofondare in una visione perturbante, fotografata esclusivamente con tonalità plumbee e colori acidi, che si insinua maligna sotto la pelle e scombussola il cervello. Con in più una scena conclusiva mozzafiato per bellezza e significato. Il motore è a pieno regime, occorre tenersi forte.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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