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  • Lie to me: “mentimi”, semplicemente
di Valeria Roscioni


Ho passato gli ultimi vent’anni studiando le espressioni facciali, riesco a riconoscere una microespressione in un quinto di secondo… e adesso mentimi, se hai il coraggio

Tim Roth in Lie to Me

Le bugie, le bugie sono la cosa più vecchia del mondo, le bugie la favola vuole che le dica solo Pinocchio ma la storia dimostra che le dicono in troppi, e che poi a loro non cresce neanche il naso. Adesso però, grazie al genio di Samuel Baum e al talento di Tim Roth, riconoscere i bugiardi si può con l’aiuto di Cal Lightman e del Lightman Group. Questo il fulcro di Lie to me, serie acuta e inquietantemente realistica ispirata alle vicende di Paul Ekman, professore di psicologia al Dipartimento di Psichiatria dell’Università della California, pioniere nello studio delle espressioni facciali che ne scoprì l’origine biologica e quindi genetica. In breve: esitono dei micro movimenti dei nostri muscoli facciali, detti microespressioni, che necessariamente corrispondono a una stessa emozione per tutti.
Sfruttare questa scoperta per scoprire le menzogne è qualcosa di geniale e di assolutamente diabolico, per questo calza a pennello al Lightman (Tim Roth), un po’ scienziato pazzo, un po’ Dottor House, folle, burbero, imprevedibile e, a suo modo, giusto, eroico e dalla parte del bene. È lui l’anima dell’agenzia che ha fondato e che ogni volta non farà trionfare il bene ma la veridicità, con l’aiuto della sua squadra ben congegnata composta dalla Dottoressa Gillian Foster e, in seconda battuta, da Eli Loker e Ria Torres, validi aiutanti come ne hanno solo i supereroi. Già, perché forse, data la nostra situazione attuale, dati gli scandali e la corruzione, il fascino esercitato da un rivelatore umano di verità è pari a quello degli eroi dei fumetti. Il brivido però percorre la schiena quando ci si sofferma a riflettere sul fatto che questi movimenti involotari e incontrollabili non sono fantascienza ma realtà, quando ci accorgiamo che i superpoteri esercitati dal mitico quartetto non sono altro che arguti trucchetti da maunale di psicologia, quando capiamo che, proprio dal momento in cui tutto questo è ben spiegato per filo e per segno si sente di non poter sfuggire alla sensazione che forse esiste davvero il modo per soddisfare la nostra sete di certezze. Insomma: la verità è sotto i nostri occhi, ma nessuno ci insegna come riconoscerla. Da queste basi sarebbe stato fin troppo semplice tingere la scrittura di giallo e forzare la mano sul mistero, invece Lie to Me rischia, rimane sul piano dell’effettivamente realistico, e quindi effettivamente meno sensazionale ma più probabile, e tinge tutto di una satira sottile che si palesa con evidenza solo quando ai volti dei vari personaggi colti in flagrante si affiancano quelli ben più noti di Clinton, Bush, Hugh Grant e di molti altri. Il sorriso allora nasce spontaneo, o forse un poco aiutato dall’ilare cinismo dipinto perennemente sul volto di un Tim Roth assolutamente in parte.
Ogni puntata gode allora del vantaggio di essere quasi perfettamente autonoma rispetto alle altre perché ogni caso viene concluso, spiegato e sviscerato nel corso del singolo episodio in maniera soddisfacente e perfettamnete comprensibile. Forse proprio questo modo di essere didascalici appesantisce appena alcuni passaggi che potrebbero essere tacciati di lentezza, ma che nello svolgersi della serie tendono a diradarsi sempre più grazie a una sceneggiatura che sembra aver imparato a far leva sulla curiosità dello spettatore rendendolo in qualche modo alunno di un Lightman che sale in cattedra in maniera sempre più intererssante ma sempre meno evidente.
E anche se le bugie hanno le gambe corte (mai più corte di così!) si spera che la serie abbia vita lunga.





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