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  • The Last Station: il russo Stilnovo
di Valeria Roscioni


Un racconto che veste i panni del biopic senza dismettere quelli del sentimento con una Helen Mirren davvero coinvolgente

Helen Mirren e James McAvoy in The Last Station di Michael Hoffman

Si scrive Lev Tolstoj ma spesso, forse troppo, tra i banchi di scuola e non solo si pronucia qualcosa che suona similmente a “quello che ha scritto quel mattone di Guerra e pace” o al massimo si arriva a citare “quella sfigata di Anna Karenina”; e tanti saluti all’amore e alla passione di cui sono intrise quelle numerose pagine.
Così quando ci si rova di fronte a un titolo come The Last Station, adattamento dell’omonimo libro dell’americano Jay Parini (in Italia edito con il titolo L’ultima stazione da Bompiani) che racconta gli ultimi giorni di vita di Tolstoj, il rischio è che l’allarme fuga si accenda immediatamente con un certo automatismo. Per coloro che supereranno questo adolescenziale pregiudizio, Michael Hoffman ha in serbo una sorpresa: una storia d’amore, un racconto delicato fatto di sentimenti e per i sentimenti, in cui la letteratura, finalmente, ritrova il suo posto come tassello della realtà e anche un uomo così importante ci appare per quello che in realtà è stato cioè principalmente un uomo, e nello specifico un uomo sposato. Il dramma che segna questo film, infatti, è quello del difficile rapporto dello scrittore con sua moglie, la contessa Sofya, dopo che il suo braccio destro, Vladimir Chertkov, lo convince che il suo dovere rispetto al movimento che lui stesso ha fondato, ma che, evidentemente, gli è sfuggito di mano sprofondando nell’eccesso, è quello di lasciare i diritti dei suoi libri al popolo. Ovviamente la bella e viziata contessa è - in parte per avarizia ma molto per amore di quelle parole che ritiene in un certo modo appartenerle - contraria a questa cessione e si sente tradita da un marito che, nonostante i finti svenimenti e i malori autoindotti, sa perfettamente non cederà. Questa decennale storia d’amore si consuma di fronte agli occhi dell’inesperto neosegretario Valentin Bulgakov che, come un pulcino spaurito, scopre tardivamente la vita con tanta passione e una buona dose di autoironia a cui è difficile resistere.
La grande letteratura diventa così, con la semplicità delle cose reali, una piccola storia narrata con leggiadria, grazie a una regia di impianto classico che non invade mai la scena e lascia che il fascino delle scene semplicemente parlate splenda di luce propria nei molti dialighi immortalati dal meccanismo del campo-controcampo. Espediente che assume un’efficacia tutta sua grazie alle interpretazioni del cast in cui è difficile trovare una sbavatura, ma che impallidisce di fronte alla follia trascinante di Hellen Mirren, moglie e amante non più giovane, ma ancora donna piena di passione, di tumulto e di un profondo senso di colpa senza rimedio. Costretta a sbagliare malgrado dovrebbe aver già imparato la lezione, verrà punita e poi salvata, in extremis, da un McAvoy meno brillante ma di certo convincente.
Piccoli accorgimenti in una piccola narrazione che molti e molti secoli fa sarebbe stata definita gentile, ma che oggi forse scorrerà troppo lenta per i palati abituati a ben altre emozioni e forse diffidenti di fronte a questi trionfo del sentimentalismo invadente.
Ci vuole un cuor gentil per reimparare sempre amore.





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