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  • Tra le nuvole
di Federica Aliano


Alla sua terza prova Jason Reitman si conferma ottimo regista e raggiunge maturità narrativa e notevoli doti di osservatore del mondo che lo circonda

Up in the Air

È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. E allora tanto vale farlo bene, con il massimo della cura e dell'umanità possibili. Questo sembra dire Ryan Bingham nella prima parte di Up in the Air, un uomo che per vivere licenzia persone, oppure insegna loro a liberarsi degli affetti, inutile zavorra nel cammino verso l'affermazione individualistica.
Una metafora dell'America di oggi, di come la crisi economica abbia portato la gente a riflettere su cosa stava diventando, ecco cosa è Up in the Air. Gli States, che da decenni ormai hanno fatto dell'individualismo il proprio distintivo, sfoggiato e ostentato come il miglior modello possibile, sono oggi in ginocchio. E Bingham, per lo meno quello della trasposizione cinematografica, è l'incarnazione di questa impasse, nata in seno alla crisi economica. È inevitabile che l'America debba riflettere su dove porterà il percorso intrapreso, dopo che certo capitalismo ha fallito, dopo che la cieca sicurezza in un modello a senso unico è stata tradita. E allora ecco che torna il concetto di famiglia, in realtà mai abbandonato del tutto dalla gente comune, declassato nella sua importanza sociale e individualistica solo dagli workaholic. Ecco, sembra dire Reitman in questa sua terza prova registica, che ritorna il bisogno di calore, di casa, di un abbraccio in cui abitare e sentirsi bene, una volta spogliatisi degli abiti firmati e lasciate nel cassetto le carte di credito, le tessere Millemiglia e qualsiasi altro status symobol possibile.
Ma questo adattamento dell’omonimo romanzo di Walter Kirn dice anche molto di più: i livelli di lettura sono tantissimi, come pure l'amarezza di fondo insita nel finale. Il racconto che si evolve e cambia toni narrativi insieme alle riflessioni del protagonista, i personaggi femminili, forti, ambigui, ora falsi ora rivelatori, ora dispersi nel veder crollare tutte le sicurezze che si erano illusi di poter costruire, vanno oltre una visione moralistica che pretende di avere il quadro completo della situazione. Va ben più in là Reitman, e lascia aperti molti interrogativi. Il suo Ryan non è quello del romanzo di Kirn, ma nemmeno è come il tagliatore di teste del nostrano Volevo solo dormirle addosso. Qui la riflessione non è etica, e Ryan diventa molto di più.
Nel rendersi conto che non si possiede nulla, si può arrivare a una sola certezza: l’esistere e l’avere almeno se stessi, interpretare un ruolo, essere la maschera che da soli ci siamo messi addosso, ora e sempre, perché l’abbiamo scelta e possiamo vederla in maniera poetica, se vogliamo. Come le luci di un aeroplano che da terra sembrano stelle.
Questo e molto altro potete leggere in Tra le nuvole, questo e tanto di più può dirvi George Clooney che sempre di più è attore denso di un talento raro, oltre che di fascino. Abbandonate le faccine ammiccanti, le smorfiette accattivanti, Clooney questa volta ci regala la sua interpretazione forse più misurata, lavora su se stesso per sottrazione, toglie il “di più” come fa Ryan con il contenuto dello zaino. E probabilmente questa è la sua prova migliore, assieme a quella di Fratello dove sei?.
Non importa chi si finisce con l’essere, quello che importa è averlo scelto. Reitman non vuole darci alcuna risposta, il suo non è un cinema presuntuoso. Ma una strada di certo ce la indica: quella in cui si ammette che l’uomo è un animale da branco, non è fatto per restare solo. Il peso sulle spalle lo porta ognuno di noi, semplicemente a qualcuno grava molto meno.





Commenti (1)

  • burberry handbags ha scritto:
    2011-12-05 10:28:25

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