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22 maggio 2012  



  • Suoni - Rock Bottom - Articoli
  • B - The Beatles
di Francesco Marchetti


O meglio, Beatles 1/5. Ecco il primo capitolo sui Fab Four, il quartetto che ha cambiato la storia della musica

I Beatles fotografati da Norman Parkinson

Si comincia da qui, perché i Beatles sono i Beatles e perché non c’è nessuno che abbia composto della musica così tremendamente orecchiabile come loro. Ma si comincia da qui anche e soprattutto perché i Beatles, che non hanno mai inventato niente (non ne abbiano con me i fan, ma questa è la verità) sono però stati un gruppo capace di stare costantemente al passo con i tempi, di cavalcare mode e stili diversi raggiungendo picchi altissimi in ogni genere. Sono stati l’unico gruppo che nei suoi quasi nove anni di attività (dal ‘62 al ‘70) non è mai invecchiato. E non era facile: quegli anni sono stati i più prolifici e attivi di tutta la storia del rock e, nel bene e nel male, sono stati la fucina di quasi tutti gli sviluppi musicali futuri. Ecco allora perché partire da qui: perché i Beatles hanno reso accessibili a tutti la miriade di stili diversi che in quegli anni il rock ha generato e attraversato, insomma perché conoscere bene i Beatles vuol dire conoscere molte cose diverse, dal rock, al beat, alla psicadelia, al soul, al vaudeville, alla canzone di protesta ecc. ecc. Questo spiega anche la ragione per cui le tante enciclopedie e liste si sprecano da sempre in elenchi di loro dischi “essenziali” così lunghi da rischiare di essere quasi onnicomprensivi. Anche noi ci adeguiamo, e volentieri, elencando ben cinque dischi (e non ci ricapiterà spesso di indicarne un numero così alto per un solo autore/gruppo).

La cover di 1
1 (’00) - Si parte con una raccolta perché, giusto per ripetersi, dei Beatles è fondamentale capire la straordinaria parabola e l’incredibile evoluzione che dal primo istintivo e facile singolo del '62 (Love Me Do) li ha portati alle complessità sonore e ai raffinatissimi arrangiamenti dell’album Abbey Road. Questa sintetica raccolta di ventisette canzoni (sarebbero i singoli che raggiunsero la vetta della classifica UK, anche se in realtà Love Me Do e Penny Lane non arrivarono mai al numero 1) ha inoltre l’indubbio vantaggio di mantenere un rigoroso ordine cronologico che facilita l’approccio “darwiniano” alla loro musica. Certo, mancano dei grandi classici (in questo senso inspiegabile la presenza di Penny Lane e non quella di Strawberry Fields Forever, che era l’altro lato dello stesso singolo), ma la raccolta è compatta ed esaustiva… e poi i pezzi li conosciamo tutti!
Uno rappresentativo? Sceglierei Paperback Writer, un brano assolutamente di passaggio tra le due grandi fasi dei Beatles: ancora senza troppi orpelli e sovra-incisioni, senza arrangiamenti sofisticati, ma pronto ad esplodere come se non potesse più “contenere” la voglia del gruppo di andare oltre. E poi ha uno stupendo riff di chitarra (di cui gente come i Led Zeppelin avrebbe fatto un uso assai diverso) ed è forse l’ultimo momento veramente spontaneo di un gruppo che da allora in poi (era il ’66) avrebbe per sempre rinunciato alle performance dal vivo per dedicarsi esclusivamente al lavoro di e in studio, un lavoro in cui sotto il nome di “Beatles” andavano sempre più delineandosi le personalità ben distinte dei singoli componenti.
Un disco da ascoltare e riascoltare.





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