Dopo il grande successo milanese, arriva a Roma la mostra-fenomeno sul grande artista americano. Un evento da non perdere
Se si è assidui frequentatori di librerie, e ci si diverte anche solo nell'osservare e sfogliare i numerosi tomi ordinati secondo i più diversi criteri, è probabile che almeno una volta sia capitato di notare quanto spesso gli editori scelgano un quadro di Edward Hopper per farne la copertina di un titolo, specie se si tratta di un noir, meglio ancora se di un hard-boiled. Analoga considerazione possono fare i clienti di bar e caffetterie di gestori che, nell'intenzione di conferire alla propria attività un tocco di classe e ricercatezza, mettono in bella mostra una riproduzione di Nighthawks, l'opera famigerata dell'artista americano con protagonisti solitari avventori di un locale notturno.
Due consuetudini che dimostrano in maniera diversa quale ironico destino sia toccato alla copiosa produzione di un pittore che per tutta la vita ha tentato di cartografare attraverso lo spettro di luce la fugacità dell'uomo e degli oggetti di una società lanciatasi alla rincorsa di un illusorio e delirante progresso: illustratore ideale per storie sordide, violente e venate di maschilismo, o realizzatore di inermi manufatti d'arredo.
A dare l'opportunità di ricollocare almeno in parte la produzione di Hopper nel suo originale alveo di significato c'è ora l'epocale mostra che si terrà sino al 31 gennaio nei locali del Palazzo Reale di Milano. Nelle sale a ridosso del Duomo si possono ammirare per la prima volta in Italia un numero cospicuo, più di 150 opere, del riservato autore nato nel 1882 nella città di Nyack, sul fiume Hudson, e vissuto sempre a fianco della sua compagna e manager Josephine Nivison, affettuosamente ribattezzata Jo, i cui tratti del volto è possibile riconoscere in molte donne raffigurate nei quadri di Hopper.
Presenti in questa ricca e complessa antologica, non solo alcune tra le più importanti e significative tele ad olio, ma anche disegni, acquerelli e bozzetti preparatori che consentono al visitatore di seguire e ammirare il lavoro di ricerca, i ripensamenti e la definitiva formalizzazione di un'idea da parte di Hopper. Un entusiasmante percorso distribuito in dieci sale in cui il materiale esposto è organizzato non in ordine cronologico, bensì in sette sezioni tematiche, che vanno dagli autoritratti alle tappe e ai nuclei centrali della poetica del pittore. Una visione che si articola ulteriormente attraverso le iniziative collaterali, tra cui seminari e video-installazioni che focalizzano l'influenza reciproca tra Hopper e il cinema.
Una mostra documentata dal buon catalogo pubblicato dalla Skira, che per l'occasione edita anche un libro di Aldo Nove, in cui si racconta di un immaginario incontro tra Edward Hopper e lo scrittore Raymond Carver: negli scambi di battute delle due sensibili personalità, Nove lascia trasparire la scepsi di un'idea estetica anelata e inseguita con rigore e tenacia, benché con mezzi espressivi diversi da parte dei due cantori americani. Il titolo ossimorico proposto da Nove, Si Parla Troppo di Silenzio, contiene in sé uno dei fulcri dell'intera produzione di Hopper: un assordante silenzio, insieme all'apparente assenza del movimento infatti, sono gli eterni, paradossali protagonisti dei quadri di Hopper. Opere come Monrning Sun o A Woman in the Sun, che a uno sguardo superficiale possono dare l'impressione di raggelare la vita, bloccandola tutta nella rigida postura del corpo delle donne che, raccolte su un letto o irte al centro di interni minimali, vengono invase dal fascio di luce che penetra da finestre aperte su di un esterno che diviene tanto più carico di suggestioni quanto meno ci è dato di vedere e “sapere”. Di colpo si viene travolti dal “rumore” di ciò che ci è possibile immaginare al di là di quei varchi che aprono a città e luoghi rurali dai toni oramai metafisicamente trasfigurati. E i corpi, pur se vengono colti e svelati nella loro fragilità dal peculiare momento voluto da Hopper, sono testimoni, come gli sparuti oggetti che arredano gli spazi, del trascorrere inesorabile del tempo, e dunque essi stessi testimonianze inconfutabili del movimento inteso come forza che imprime i segni di un passaggio fisico o emotivo: dall'espressione enigmatica dei volti alla fittizia posizione di un lenzuolo o di una scarpa, anch'essi manifestazioni di una misteriosa storia già consumata, ma che continua a svilupparsi in spietata slow-motion.
Modalità e procedimenti creativi messi in atto in tutta l'opera matura di Hopper, capace di sconvolgere le disparate, semplicistiche etichette che gli sono state attribuite, sorprendendoci e meravigliandoci ogni qual volta fa capolino dalla cover di un libro, strappandoci un attimo di contemplazione attonita mentre si consuma un fugace caffè. Edward Hopper
Milano, Palazzo Reale
Piazza del Duomo, 12 www.edwardhopper.it
Dal 14 ottobre 2009 al 31 gennaio 2010
Roma, Museo della Fondazione
dal 16 febbraio al 13 giugno 2010
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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