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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • La Morte di Bunny Munro
di Andrea Grieco


Le cupe atmosfere di Nick Cave prendono vita in un viaggio on the road tutto da scoprire tra perversioni sessuali e un'umanità reietta

La Morte di Bunny Munro

Non è insolito che un cantautore sappia orchestrare magnificamente una storia, descrivendo con parole incisive ambienti e personaggi, e ancor meno stupefacente è che a dedicarsi al racconto di lungo respiro sia Nick Cave, che con la sua annosa produzione di liriche cupe, folli e crudeli ha realizzato un'unica desolante e affascinante epopea dei reietti, narrando la disperazione dei maudit, l'inferno degli assassini, un mondo sordido abitato da allucinati, puttane, balordi.
La copertina di La Morte di Bunny Munro di Nick Cave, edito da FeltrinelliIn questo poco rassicurante pantheon di disgraziati e miserabili si staglia Bunny Munro, un commesso viaggiatore, venditore di prodotti estetici che spaccia come miracolosi a donne depresse e in crisi, sulle quali sembra esercitare un fascino irresistibile. Creme che però all'occorrenza si rivelano anche ottimi lubrificanti per le attività masturbatorie di Bunny, nei cui sogni più libidinosi si avvicendano disponibilissime Kylie Minogue e Avril Lavigne. E sì, perché il “Minchiadura” reagisce impulsivamente e senza scrupoli agli stimoli che si producono all'altezza dell'inguine, per nulla preoccupandosi delle richieste di affetto e attenzione della moglie Libby, psicologicamente distrutta per la reiterata infedeltà del laido Bunny.
Le cose non cambiano di un oncia quando dopo poche pagine dall'inizio del romanzo Libby si impicca, lasciando al solo marito la responsabilità del loro figlio Bunny Junior. Incapace persino di elaborare il lutto, Bunny non trova di meglio che mettersi in viaggio con il fragile adolescente che quasi non si stacca mai da un'action figure di Darth Vader. Mete dello psicotico viaggio sono gli indirizzi delle prossime clienti forniti dall'agenzia per la quale Bunny, ciuffo ribelle e immancabile Lambert & Butler tra le labbra, piazza gli illusori unguenti di bellezza. Ha così inizio una sorta di road movie per le periferie più sordide di Bringhton, abitata da una sudicia umanità, composta da depravati, ninfomani e folli, tra cui uno strambo individuo denominato dai media il “killer cornuto”, che agghindato come un diavolo se ne va in giro inforcando donne.
In un'escalation di eventi tanto tragici quanto ridicoli si consuma un percorso costellato di flash forward, segnali premonitori di una deriva fisica e morale che ha come sbocco la morte preannunciata sin dal titolo.
Nick Cave, non poteva essere altrimenti, scrive un'ennesima murder ballad, con il protagonista che è al contempo vittima e carnefice di se stesso, votato irrimediabilmente alla disfatta. La Morte di Bunny Munro è anche un disfunzionale e poco edificante romanzo di formazione, capace di solleticare le più antitetiche emozioni, dal disgusto alla commozione più sincera, e il “bardo di Mealburne” sarà pure un cantore cupo, ma dimostra di saper diluire la componente funerea con un'indiscutibile ironia, rendendo il tutto più acido e sgradevolmente realistico. Il risultato è un libro che sembra scaturito dall'incontro del più fosco William Faulkner con il più perfido e beffardo Harry Crews e, come se non bastasse, insieme strizzano l'occhio allo stile rocambolesco di Hunter S. Thompson: un vero gioiello che non potrà fare a meno di appassionare il lettore, che non saprà sottrarsi al magnetismo perverso e scellerato che promana da Bunny Munro, tanto più umano quanto più è preda dei propri vizi e delle proprie debolezze. E come non provare un eccesso di pietà per un individuo che, suo malgrado, ha sperimentato che “non è facile essere brave persone a questo mondo”.





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