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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Classici
  • La fattoria degli animali
di Cristina Partenza


Il potere e le sue aberrazioni tra l'aia e la stalla. Mucche e maiali parlanti non sono sempre un gioco per bambini: la visione di Orwell della rivoluzione è ancora oggi attuale e agghiacciante

La fattoria degli animali di George Orwell

Mentre leggevo, con l’intento di scriverne, questo breve romanzo di George Orwell, messo in ombra da quella montagna gigantesca che è 1984 e pertanto un po’ meno conosciuto, ero leggermente perplessa all’idea del compito ingrato che mi aspettava dovendo mettere per iscritto dei pensieri. Aiuto, un romanzo politico! E adesso che dico, da che parte mi schiero? Posso parlare de La Fattoria degli animali facendo finta che sia un gioco esposto sugli scaffali dei negozi per bambini, con cavalli e mucche parlanti?
La copertina de La fattoria degli animali di George Orwell, nell'edizione economica di MondadoriEffettivamente, nel romanzo non solo cavalli e mucche, ma anche cani, pecore, oche, galline, asini e soprattutto maiali parlano, e questi ultimi sono così facondi ed eloquenti da convincere tutti gli altri animali a ribellarsi allo sfruttamento crudele da parte degli uomini e ad appropriarsi della fattoria. Inoltre, a ben pensarci, il libro, alla stregua del giochino, ha l’apprezzabilissima capacità di far sorridere… quindi, perché non invogliare altri a farsi una risatina (amara)?
Dalla rivoluzione dell’Animalismo scaturisce l’integerrimo principio “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”, che viene declinato in maniera diversa da ciascun animale: il cavallo Boxer si dedica giorno e notte al lavoro, la puledra Mollie si lamenta di non poter più indossare gli amati fiocchi, le pecore ripetono automaticamente gli slogan che sono stati coniati allo scopo di far comprendere a tutti gli assiomi su cui si basa la nuova gestione. Tuttavia, quelli che interpretano nella maniera più personale le nuove regole della fattoria sono proprio coloro che le hanno create, i maiali.
Fatta la legge, trovato l’inganno, si direbbe oggi, e già dalle prime pagine Orwell si diverte a instillare il dubbio che non sia tutto oro quello che luccica, scuotendo la testa e le orecchie grazie alla mimica dell’asino brontolone Beniamino, a cui lo scrittore affida i suoi pensieri. I maiali cominciano a infilare un’eccezione dietro l’altra, facendo leva sull’ignoranza degli altri animali per giustificare incoerenze e contraddizioni. Le massime di uguaglianza scritte sul muro della stalla vengono alla fine sintetizzate, nonché stravolte, dal maiale Napoleone (nomen omen) in una sola frase dal sapore completamente diverso: “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Infatti Napoleone si circonda di un gruppo di cani che diventano la sua guardia del corpo, uccidendo tutti i suoi nemici e instaurando un nuovo regime dittatoriale, per nulla diverso da quello degli uomini che erano alla guida della fattoria prima della rivoluzione. Orwell trasforma mano a mano il suo sorriso velato in una risata sarcastica, e niente affatto nascosta, di fronte al fallimento dell’utopia della fattoria equa e solidale.
La critica letteraria classica definisce La fattoria degli animali un’allegoria del totalitarismo sovietico nel periodo staliniano. Al di là dei chiari riferimenti a una precisa situazione storica, il romanzo è una benevola presa in giro dell’uomo che, per quanto si sforzi di realizzare progetti di uguaglianza, non riuscirà mai a debellare la sua sete di potere e di prevaricazione sugli altri. Un’altra prova dell’incredibile lungimiranza di uno scrittore che qualche anno più tardi predirrà la società trasparente in cui oggi viviamo.





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