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  • The Addiction
di Andrea Grieco


Una delle più controverse e malsane pellicole sui vampiri mai realizzate. Abel Ferrara esplora la dannazione della Sete con un rigore che solo il low budget è ancora capace di garantire

The addiction

Se c'è un titolo che negli anni si è guadagnato l'aura di cult movie, questo è senz'altro The Addiction di Abel Ferrara. Film distribuito poco e male ai tempi della sua uscita, in molti casi a distanza di anni dal suo concepimento avvenuto nel 1995 o, come in Italia, finito direttamente nei palinsesti delle pay-tv; opera poco non intesa o addirittura disprezzata dai critici, che in seguito, però, non potranno fare a meno di affacciarsi al baratro oscuro e senza fondo di questi fotogrammi e venirne risucchiati senza scampo. The Addiction viene programmaticamente realizzato dal regista nelle canoniche condizioni e ristrettezze di un low budget per garantirsi la piena autonomia espressiva: pochissimo denaro, diciotto giorni per l'effettuazione delle riprese, desiderio che prende forma grazie all'aiuto di un cast che lavora praticamente gratis, solo per l'amicizia che li lega a uno degli ultimi, irriducibili outsider del cinema americano. E alla fine ciò che ne vien fuori è la più controversa, singolare e mefitica pellicola sui vampiri mai concepita: non un film di genere, quindi bandito ogni cliché horror, non un film metaforico, bensì filosofico, speculativo. The Addiction non gode neppure della perfezione del capolavoro, che prima o poi conduce alla conciliazione di ogni disputa estetico-analitica, ma è una straordinaria, irregolare gemma nera, la cui forma affascina e disgusta contemporaneamente, che incanta e infastidisce per i principi asseriti.
La cover di The Addiction di Abel Ferrara, distribuito in DVD in Italia da Optus HomevideoFerrara non necessita di lugubri castelli gotici, né tantomeno è interessato all'iconografia dello spettrale revenant, in quanto reputa già sufficientemente inquietante e infido l'ambiente metropolitano, e considera irrimediabilmente perduto e maledetto ogni essere umano, per sua stessa natura malvagio. A scoprirlo sarà, suo malgrado, Kathleen Conklin, laureanda intenta a presentare una tesi sul pensatore tedesco Ludwig Feuerbach. In seguito all'aggressione e al morso di una sconosciuta, Kathleen viene colta da strani malori, soffre di un'incomprensibile fame e, soprattutto, vede definirsi in modo lucido e inequivocabile l'assioma delle sue ricerche: il male non è una forza trascendente, piuttosto la condizione congenita dell'uomo che si manifesta attraverso il suo agire violento e crudele in ogni momento della storia. Agli efferati e sanguinosi pasti di Kathleen si alternano le raccapriccianti scene dei campi di sterminio e quelle della guerra in Vietnam, in una sorta di contemporanea equiparazione e rivelazione di un vivere che si esplica perpetuando sofferenza e distruzione. Se il male è come una droga, il sangue ne è irrimediabilmente il mezzo di propagazione, e nessuno è immune da una così empia dipendenza.
L'autore si lancia nelle strade dei bassifondi newyorchesi con tutta la carica e la sfrontatezza del filmaker, come se volesse stracciare alla realtà un brano della sua consistenza, e affoga tutto in un'espressionistica fotografia che raschia l'occhio come un lacrimogeno la gola. Le litanie hip-hop di Delia palpano i muri e le vetrine di quei vicoli in cui solo si può incontrare colei che inizia alla conoscenza, e a quel punto non può esserci urlo, aglio o crocefisso che possa scacciarla via. Un devastante morso alla giugulare diventa l'accesso per l'abisso e da quel momento l'eroina varca la catacombale fissità del noumenico e cerca risposta nel proprio corpo marcescente: al di là del bene e del male che conduce ad un alito col puzzo di merda. Allora il sangue nero e grumoso si stende sulle labbra come pigmento estetizzante, zampilla dalle giugulari aperte per orgiastici, dionisiaci baccanali, erutta in fiotti incontrollati dalle stigmate del male che non si estingue.
The Addiction è un'opera cerniera, un valico per quel che concerne l'intera carriera ferrariana. Per l'autore maledetto, il film rappresenta infatti la prima esperienza in un cinema squisitamente e istintivamente formale, che gli spianerà la strada per la sua odierna produzione, tormentosa e spettrale, proprio come l'essenza diafana e corrotta delle creature che da Addiction in poi abiteranno le sue storie: esseri disumanizzati più che vampirizzati, morti già in vita più che morti redivivi.
Lo script del cattolico Nicholas St. John, che Abel Ferrara rielabora e mette in scena, nasce come risposta dello sceneggiatore al dolore della morte del figlio, ma alla ricerca di una lacerante redenzione che potrebbe riscattare tanta amarezza, il regista contrappone la sua accanita ansia autodistruttiva, originando quella tensione che abbevera e ristora solo temporaneamente Kathleen e chi, come lei, è consapevole che non è concessa espiazione dal peccato dell'esistenza.
Tanto The Addiction era difficile da reperire e visionare ai tempi della sua uscita, quanto è divenuto disponibile e diffuso nell'era del supporto digitale. L'edizione della Optus Homevideo che circola in Italia è miserrima, senza nessuna particolare cura per il riversaggio su disco, zero extra e la si trova persino nei cestoni delle offerte dei centri commerciali, ma ha il pregio di avere un prezzo eccezionalmente conveniente e, per paradosso, la scarsa cura nella realizzazione del DVD si confà alle radicali scelte illuministiche effettuate da Ferrara.





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