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23 maggio 2012  



  • Suoni - Rock Bottom - Articoli
  • L - John Lennon
di Francesco Marchetti


Il primo album solista di Lennon ovvero: come tornare alla vita senza i Beatles. Con un capolavoro

John Lennon

Quando i quattro di Liverpool si separano ciascuno di loro ha già dato il via alla carriera solista. Tutti e quattro (compresi Harrison con il suo All Thing Must Pass e Ringo con l’album omonimo) avranno i loro alti e bassi. Dei due leader, le cui strade erano separate da tempo, McCartney si dedicherà a una musica più attenta al mercato, senza però dimenticare in diverse occasioni le sue radici di rocker e ottenendo (soprattutto con l’album Band On The Run) risultati assolutamente apprezzabili, anche se spesso più legati a singole canzoni piuttosto che a interi album. Lennon invece darà veramente prova di essere il più versatile del gruppo raggiungendo anche nel “dopo-Beatles” vette altissime.
Già sul finire degli anni ‘60 i suoi progetti solisti avevano prodotto alcune canzoni assolutamente notevoli (Instant Karma, Cold Turkey), ma è nella prima metà degli anni ’70 che darà il meglio di sé con album importantissimi (Imagine su tutti), ma soprattutto con un capolavoro assoluto come John Lennon/Plastic Ono Band. La sua musica in quegli anni non ha creato né aggiunto niente a quanto già espresso nei Beatles, ma Lennon ha dimostrato di essere l’unico dei FabFour in grado di tenersi ancora al passo con i tempi e di creare messaggi iconici – anche se un po’ ruffiani – con brani come Imagine, Give Peace a Chance ecc., che sono ormai entrati a far parte integrante della cultura popolare. Anche per questo, Lennon è un passaggio obbligato di questo nostro percorso.

La copertina di John Lennon/Plastic Ono Band

JOHN LENNON/PLASTIC ONO BAND (’70) – Il primo album solista dell’era dopo-Beatles è anche la vetta più alta della carriera di Lennon. Sincero, crudo, esplicito, questo disco mette a nudo Lennon come uomo, prima ancora che come musicista. Lennon si offre al suo pubblico per quello che è, lontano dalla fama e dalle mistificazioni accumulatesi sulle sue spalle nei nove anni passati con il gruppo di Liverpool, e lo fa sin dalla copertina, semplice, spoglia, con una immagine sfocata di lui e Yoko sotto un albero, da un lato, e una sua foto sgranata da bambino, dall’altro. Lennon fa una scelta vincente: per crearsi una nuova immagine comincia con il distruggere quella scolpita nella memoria dei suoi fan. E questa operazione di “distruzione”, così ben delineata in questo disco, resterà in termini musicali assolutamente più efficace di qualsiasi tentativo futuro di edificare il nuovo Lennon su quelle macerie.
Il racconto di Lennon, o meglio, il racconto di John, è una specie di lunga seduta psicanalitica, sul padre mai conosciuto, sulla madre morta quando era bambino, sull’amore per Yoko, sull’isolamento obbligato dovuto alla fama, sulla voglia di lasciarsi i Beatles alle spalle ecc. Spogliato di ogni sovrastruttura nei testi, Lennon decide di ridurre ai minimi termini anche il lavoro sulla musica: l’album è registrato tutto con soli tre strumentisti (Klaus Voorman al basso, Ringo alla batteria – qui, in una delle sue prove migliori, con il suono spoglio e il piede agile – e lo stesso Lennon al piano o alla chitarra), in buona parte in presa diretta e senza musiche aggiunte, se si esclude il riverbero sulla voce che diventerà il “marchio” di Lennon, e qualche rumore effettistico. Niente altro. Solo bella musica e bei testi.
Per capire la forza incredibile di questo disco basta ascoltare God, una delle più belle dichiarazioni d’amore di tutta la storia del rock. Perché nessuno è mai riuscito a dire meglio e in modo più efficace che niente è importante se non “tu e io”.



OFF THE RECORDS (dischi per chi vuole approfondire): JOHN LENNON – Lennon Legend (raccolta) (’98)





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