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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Classici
  • Il canto di Natale
di Alessandro De Simone


Charles Dickens condensa in questo racconto tutto il suo genio, costruendo un’opera horror che è anche un attacco spietato al capitalismo. Centosessantatré anni fa

Il canto di Natale di Charles Dickens

Qualche settimana fa non ho potuto fare a meno di tornare a casa dopo la mia usuale visita settimanale in libreria con nella busta, tra le altre cose, anche il corposo tomo di Martin Chuzzlewit. Millecento e rotte pagine che sono una sintesi di quello che è il significato della vita, uno dei tanti compendi sull'umanità che Charles Dickens ci ha regalato nel corso della sua straordinaria carriera di scrittore, durante la quale ha spesso amato deliziare i suoi lettori con romanzi fiume e solo apparentemente d’appendice. La quasi totalità dell’opera di Dickens è infatti da analizzare sotto molti differenti aspetti, a partire dalla sua incredibile abilità nel gestire i generi, fondendoli magistralmente all’interno delle sue narrazioni. Se fosse vissuto ai giorni nostri, sarebbe probabilmente il più grande contendente di Stephen King per lo scettro di re dell’horror, ma allo stesso tempo sarebbe stato tirato spesso in ballo da intellettuali di vari schieramenti e ideologie per la sua continua critica sociale, spietata, attenta e minuziosa che raggiunge le sue vette più elevate in Great Expectations e David Copperfield.
Fa piacere pensare che proprio il testo più noto dello scrittore di Landport, nonché il più sfruttato per il grande pubblico grazie alle numerose versioni cinematografiche, televisive e a fumetti, sia anche quello che sinteticamente riesce a rendere tutte le straordinarie suggestioni e sfumature della sua arte.
Il canto di Natale, scritto nel 1843, storia della conversione natalizia dell’avaro e profitattore Ebenezer Scrooge, visitato nella notte di Natale da tre spettri rappresentanti il Natale passato, presente e futuro, è uno dei pezzi di letteratura più importanti di tutti i tempi. Una favola horror ricca di buoni sentimenti che punta il dito ferocemente contro la condizione sociale in cui versavano le classi lavoratrici inglesi in un periodo storico ed economico che avrebbe poi influenzato tutta la storia e la cultura occidentale fino a oggi. Dickens, raccontando una morality play e attingendo quindi anche alla tradizione medievale, tanto per non farsi mancare niente, riesce a colpire il bersaglio rendendo A Christmas Carol un’opera universale e immortale, ancora oggi attualissima e forse anche più dolorosa, perché dopo oltre centosessantanni niente è cambiato e la lezione è stata tutt’altro che assimilata.
Gli Scrooge di oggi sono i Madoff, i Tanzi, i tanti dirigenti della Lehmann Brothers e delle banche d’affari che dopo avere ridotto sul lastrico mezzo mondo, hanno pensato bene di farsi pagare la buonuscita con le tasse delle stesse persone che hanno truffato. Non basterebbe un’armata delle tenebre natalizia per questi avidi individui, squallidi guitti di uno scenario che leggendo oggi le pagine di Dickens sembra invariato, vista la disperazione e il dolore causato dalla folle corse all’accumulo di ricchezze tanto ingenti da non sapere neanche come utilizzarle.
La grandezza di uno scrittore sta anche in questo, nel fissare la Storia negli occhi e farla vivere a chi legge, una qualità rara, che possiamo ascrivere a pochi, Mark Twain e Hermann Melville tra questi, e che Dickens ha elevato ad arte raffinatissima.
Il canto di Natale è un classico dei classici, ma se uscisse oggi sarebbe un bestseller attualissimo e spietato, probabilmente in odore di sovversione e con accuse di estremismo. Più facile così che aprire gli occhi, la mente e il cuore.





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