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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • L'arte di uccidere un uomo
di Valeria Roscioni


Un professore di cinema mosso dalla passione per il suo lavoro e armato di una scrittura pulita scrive il suo primo romanzo. Solo per uomini duri

L'arte di uccidere un uomo di Giaime Alonge

La commistione tra generi è qualcosa che ormai non sorprende più, abbiamo visto la letteratura diventare cinema, il cinema prendere spunto dai fumetti e l’arte ispirarsi ai comics. Per questo molti non si stupiranno nel sapere che Giaime Alonge ha definito il suo romanzo un eastern, in altre parole un racconto che lascia che la sua anima sia contenuta tutta in una frase: I Magnifici sette con i veterani dell’Armata Rossa. L’arte di uccidere un uomo è precisamente questo, precisamente ciò che promette, precisamente cinema western che assedia e invade la carta stampata con l’aiuto di una penna che conosce a menadito la geografia, la storia e la politica dei contractors, un fenomeno che è emerso solo dopo la guerra in Iraq del 2003, ma che aveva gettato le sue radici prima ancora della caduta del Muro di Berlino.
Il romanzo tratteggia, infatti, una versione moderna, ma non contemporanea, visto che siamo in un momento non meglio identificato dopo la Guerra del Golfo, dell’antico fenomeno dei mercenari, traendo ispirazione dall’Anabasi di Senofonte, testo greco del VI secolo a.c. in cui Ciro il Giovane, per detronizzare il fratello Artaserse, si affida ad un esercito fatto di sudditi persiani e di diecimila mercenari greci. La copertina de L'arte di uccidere un uomo, di Giaime Alonge,  Baldini Castoldi Dalai editore Anche ne L’arte di uccidere un uomo c’è una lotta di potere tra fratelli, solo che questa volta i mercenari sono gli uomini della Hoplon Enteprise, veterani degli eserciti del Patto di Varsavia, uomini duri come nei fumetti degli anni Settanta, impiegati nel settore delle guerre lampo a pagamento, uomini che hanno fatto della loro monolitica essenza guerrafondaia un business al punto che “Più che lanzichenecchi assetati di sangue, sembravano dipendenti di una compagnia di assicurazioni”. Dunque cinema, fumetto e romanzo bellico, ma non solo.
I due protagonisti, figure chiave forse un po’ disperse nelle descrizioni che tentano di dotarli di un coro greco descritto e narrato fino all’esasperazione, sono compagni di avventura, un po’ amici un po’ colleghi, diversi nell’aspetto ma fin troppo simili nel destino, sono odierni Sandokan e Yanez destinati a muoversi in un mondo ben più violento e tetro, dove non si salva la Perla di Labuan e i sentimenti sono costretti in un asfittico angolo, perché lo spettro delle guerre passate e di quelle presenti fanno presagire quanto ancora si dovrà soffrire in futuro. Dunque cinema, fumetto, romanzo bellico e un tocco alla Salgari, quella scrittura attenta e precisa con i paragrafi che sembrano inquadrature. Neanche a dirlo, proprio come Salgari, anche Alonge non è mai stato nei posti di cui parla, ma li ha studiati e così li racconta, come uno scenario verosimile per i suoi burattini verosimili, con descrizioni minuziose e uno stile molto asciutto, la passione trapela solo a patto che sia l’argomento stesso ad appassionare.
L’arte di uccidere un uomo è un impeccabile romanzo di genere che ha il merito di riuscire a sfruttare e a piegare a suo vantaggio tutte le tecniche di fascinazione che la scrittura contemporanea è riuscita a elaborare per far colpo sul grande pubblico. Nel suo essere un romanzo bellico è come i suoi personaggi: duro e tutto d’un pezzo, non si apre a chiunque voglia entrarvi ma, incurante di tutto e tutti, vive di e per la dura lotta.






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