Da dieci anni Christina Nuñez coinvolge centinaia di persone nel suo progetto di auto-ritratto fotografico. Per dare una nuova possibilità all’arte e all’espressione di se stessi
La fotografia può ancora essere in grado di raccontare la verità? Cristina Nuñez ne è convinta e da dieci anni coinvolge centinaia di volontari a provare questa esperienza di ricerca interiore. L’esecuzione è semplice e relativamente veloce. La Nuñez spiega a chi vuol farsi un autoscatto la tecnica: “Dico alle persone di sdraiarsi, togliere tutto, spogliarsi. Si tratta di fare un omaggio alle emozioni che di solito non possiamo esprimere nella realtà e ai nostri difetti. Poi scegli tra rabbia, disperazione e terrore e diventa una di queste emozioni..."
Ammetto di essermi avvicinato al progetto di Christina Nuñez con una certa dose di diffidenza. Ci sono moltissime fotografie aventi al centro il soggetto umano, trattato come panorama di chissà quale capacità espressiva e significativa. Li vediamo spesso nelle mostre, in vari allestimenti, facce che ci guardano, ma perché? Cosa cogliervi? Da Oliviero Toscani in poi l’uso del ritratto minimalista è stato troppo spesso inflazionato, comunicare qualcosa di sensato non è facile né alla portata di tutti, questo vale per la parola scritta, come per l’immagine. Se diamo un’occhiata alla storia del ritratto, ci rendiamo conto che ha caratterizzato tutta la fotografia fin dalle sue origini. Nella seconda metà dell’ottocento questo strumento inizia a essere largamente utilizzato per conoscere e, in un certo senso, controllare il mondo: l’Occidente coloniale usava la fotografia a scopo “scientifico” e conoscitivo. Fotografare significa anche possedere, almeno nella memoria. Ecco l’affermarsi di un fenomeno noto grazie ai diversi film horror (come nel recente The Haunting in Connecticut): la fotografia dei morti. Con il ‘900 il ritratto fotografico raggiunge un’età più matura, più consapevole di sé, delle proprie potenzialità e pronta a studi più lunghi e complessi come gli scatti di indagine sociologica. Il riferimento, in questo caso, resta l’intramontabile August Sander con il suo Ritratti del Ventesimo Secolo. Sempre in Europa la fotografia di ritratto, introspettiva e filosofica ha iniziato anche una rigorosa ricerca estetica con l’esempio di Camera Work.
Oggi, dopo aver attraversato e consumato altre importantissime correnti, dalla fotografia di moda alle influenze dell’arte pop, la commistione dei generi e lo sviluppo digitale hanno fatto del ritratto un territorio dai molteplici forme e significati, così quella che era nata come diretta rappresentazione del viso e del corpo ha finito per diventare troppe cose insieme.
The Self Portrait Experience va alla ricerca del senso più autentico appartenente al ritratto fotografico, “cercare di fare delle immagini brutte perché vengano belle”, dice Christina Nuñez portando sul tavolo il tema decisivo del mettere in mostra i propri difetti, le nostre espressioni meno controllate e per questo giudicate brutte, da rifiutare. Lo scatto riesce non quando è “bello”, ma quando le emozioni più profonde e solitamente più controllate, riescono a oltrepassare l’obiettivo e giugere ai nostri occhi e alla nostra coscienza.
“Lavorare su come noi ci guardiamo e cacciare fuori quello che c’è diventa un’operazione di domani. I leader di oggi non possono non lavorare sulla propria immagine. Se conosciamo le nostre emozioni, poi possiamo sviluppare una nostra immagine pubblica credibile perché autentica”.
I risultati del lavoro della Nuñez sono sorpredenti e incredibilmente in linea con i temi caldi di oggi: abbiamo già parlato del valore di autenticità di questa esperienza a cui possiamo aggiungere anche il fatto che l'autrice del progetto non scatta direttamente alcuna immagine: il suo lavoro è quello di preparare la cornice e il terreno per un’esperienza, spiegare il senso della sua opera, fornire un set (che nel tempo è andato via via perfezionandosi) e lasciare che le persone caccino fuori la loro essenza. Così lei riesce a condividere pienamente l’esperienza della fotografia. Non è un caso che proprio il concetto di condivisione sia preponderante oggi. Ci si potrebbe chiedere quale sarà il ruolo del fotografo nel futuro, l’autoritratto potebbe essere una possibile risposta.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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